Allarme rosso: i diritti umani, la Siria e l'ONU

L'Opinione di David Harris
10 Maggio 2011

No, questo non è uno scherzo di cattivo gusto. La Siria che oggi sta falciando il suo stesso popolo per le strade, potrebbe essere eletta membro del Consiglio dei Diritti Umani il prossimo 20 maggio. Ecco come funziona.

Il Consiglio è composto da 47 Stati membri. Ognuno di essi è eletto per un mandato di tre anni, con un terzo dei seggi che diviene vacante ogni anno. Secondo la risoluzione dell'Assemblea generale dell'ONU che creò il Consiglio nel 2006, all'Asia sono assegnati 13 dei 47 seggi, con gli altri quattro blocchi regionali a dividersi i restanti 34 seggi. Quattro dei 13 seggi asiatici sono ora vacanti.

Quest'anno c'è una situazione definita di "tabula rasa", il che significa che quattro paesi sono stati scelti all'interno del gruppo Asiatico per i quattro seggi vuoti. Essi sono India, Indonesia, Filippine, e, sì, la Siria. La candidatura della Siria è stata appoggiata anche dalla Lega Araba e dall'Organizzazione della Conferenza Islamica. Ora, a meno che altri paesi asiatici non scelgano di gareggiare per i posti vacanti, potrebbe essere presto un affare fatto.

Tradizionalmente, quando ricorre la votazione generale, i paesi candidati selezionati dai loro rispettivi blocchi regionali sono automaticamente approvati, con forse qualche voto di dissenso, da parte del gruppo più grande.

Per indicare la volontà di conformarsi alla missione del Consiglio, la Siria ha formalmente promesso "il suo impegno a rispettare e sostenere il carattere inalienabile di tutti i diritti umani", aggiungendo che "avrebbe contribuito a raggiungere gli obiettivi del Consiglio, e avrebbe sostenuto gli sforzi nazionali e internazionali volti alla promozione e alla tutela dei diritti umani per tutti, senza distinzione, selettività o politicizzazione".

Non ridete. Il governo siriano ha formulato questa dichiarazione con tutta la solennità dovuta. Tenuto conto del pessimo operato di alcuni altri stati ammessi a far parte del Consiglio, questa potrebbe essere sufficiente a farsi eleggere.

Naturalmente, ammettere la Siria nel Consiglio dei diritti umani sarebbe una presa in giro di tutto il sistema.

Si riesce a malapena a decidere da dove cominciare a documentare l’assoluto e totale disprezzo per i diritti umani della Siria. E, per inciso, questo precede di gran lunga il massacro in corso.

Per cominciare, il regime non ha alcuna legittimità. Nel 2000, Bashar Assad ha ereditato il potere dal padre, Hafez Assad, il quale non era affatto un democratico jeffersoniano, né era stato, per così dire, il prodotto della libera volontà del popolo. L'élite dominante proviene dalla comunità alawita, che comprende solo il 12 per cento della popolazione totale.

Libere elezioni in Siria? No. Tutela delle libertà civili? No. Giusto processo? No. Magistratura indipendente? No.

Stato di emergenza quale regola? Sì. Tortura? Sì. Detenzione amministrativa? Sì. Censura? Sì.

Per di più, la Siria si fa beffe della tutela dei diritti umani non solo in casa propria, ma anche oltre i suoi confini.

Damasco ospita gruppi terroristici come Hamas, il cui obiettivo dichiarato è la distruzione di Israele e l'uccisione di israeliani, ovunque essi vivano.

Il regime siriano, degno compare dell'Iran, è coinvolto nel traffico di armi verso Hezbollah da parte dell'Iran, in flagrante violazione delle risoluzioni del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite e con l'obiettivo di rafforzare una entità terroristica, a spese del governo centrale in Libano.

Fino al 2007, quando Israele ha reagito, la Siria ha perseguito un programma clandestino di armamento nucleare, in collaborazione con la Corea del Nord. A che scopo? Non è difficile da indovinare. Se abbia poi cercato di riavviare il programma, rimane una questione aperta. Ciò che è indubbio, tuttavia, è la mancata cooperazione della Siria con l'Agenzia internazionale dell'energia atomica (AIEA) sulle ispezioni.

Ed era chiaro al presidente francese Jacques Chirac che la Siria aveva giocato un ruolo centrale nell'omicidio del suo amico Rafik Hariri, l'ex primo ministro del Libano, e di altre 21 persone, a Beirut nel 2005.

Ma nonostante questi deplorevoli crimini, la Siria se l’è scampata facilmente.

Bashar Assad è stato erroneamente visto, fin dal principio, come un riformatore da molti osservatori che presumibilmente preferirebbero ora non avere scritto i loro commenti a quel tempo. Solo perché aveva trascorso del tempo in Inghilterra, era esperto di computer, aveva una bella moglie e rappresentava un passaggio generazionale rispetto ad un padre gangster, Assad era stato annunciato come l’inizio di una nuova era.

Meno di un anno dopo il suo insediamento, la Siria fu ammessa nel Consiglio di sicurezza dell'ONU come candidato del gruppo asiatico, con 160 voti su 177.

Più di recente, un’interminabile processione di dignitari occidentali si è recata a Damasco nel tentativo testardo e fuori luogo di portare Assad lontano dall'orbita iraniana, lodarne i progressi interni e incoraggiare legami più stretti. La lista dei visitatori include alcuni importanti membri del Congresso degli Stati Uniti.

Dopo che il presidente Sarkozy si è insediato nel 2007, la Francia ha iniziato a invertire la rotta rispetto alla posizione ostile verso la Siria del presidente Chirac. Il Primo Ministro turco Erdogan ha abbracciato il leader siriano e ha stabilito con lui vari accordi, tra cui uno sulla difesa. La Russia ha accettato di vendere al regime siriano missili letali. E gli Stati Uniti hanno reinsediato il loro ambasciatore a Damasco nel mese di gennaio, dopo la sospensione dei legami bilaterali nel 2005 per l'assassinio di Hariri.

Vogue, la rivista di moda, si è spinta fino a presentare la First Lady siriana nel suo numero di marzo. Un’operazione che non avrebbe potuto essere più servile e inopportuna.

E ora, se ci fossero mai stati dei dubbi, la Siria ha mostrato il suo vero volto al mondo.

Mentre pronunciava parole vuote sulle riforme, Assad ha scatenato la grande potenza dello stato per uccidere centinaia di suoi concittadini inermi che avevano osato sfidare coraggiosamente e pacificamente il suo governo, e ancora non si vede la fine di tutto ciò.

Ha cercato di tenere fuori gli organi di stampa, ma i social media come Facebook e Twitter non possono essere fermati con la stessa facilità, per cui abbiamo sentito forte e chiara la voce dei gruppi di opposizione. Il mondo sa che cosa sta accadendo là.

E ora?
Bene, nel caso della Libia, dopo una iniziale esitazione, la comunità internazionale si è precipitata a contrastare i crimini di Gheddafi.

Il Consiglio dei diritti umani delle Nazioni Unite si è riunito in sessione speciale. Ha raccomandato la sospensione della Libia dal consesso - che era stata una farsa fin dal suo principio, nel 2010. L'Assemblea generale dell'ONU ha approvato la sospensione. E, naturalmente, il Consiglio di sicurezza dell'ONU ha adottato importanti decisioni.

Con la Siria, è ancora poco chiaro. Si potrebbe andare in entrambe le direzioni.

In poche settimane, la Siria potrebbe essere eletto membro del Consiglio dei Diritti Umani e, nonostante il suo orrendo operato, sedere imperiosamente a giudicare gli altri per i prossimi tre anni.

Oppure, come per la Libia, potrebbe invece diventare il bersaglio di una sessione speciale del Consiglio dei Diritti Umani - e, eventualmente, di altri organismi delle Nazioni Unite – a causa delle sue sistematiche violazioni dei diritti umani e per possibili crimini contro l'umanità.

Il mondo deve stare in guardia.

Si capirà molto sul funzionamento del Consiglio, su come i blocchi regionali - in questo caso, l'Asia - abbracciano o respingono gli assassini in mezzo a loro, e su come agiscono i singoli paesi. Ricordate che ogni paese ha un voto, e sono questi voti a determinare il risultato.

Possiamo solo sperare che la netta maggioranza del Consiglio terrà fuori la Siria.

David Harris, direttore esecutivo dell’American Jewish Committee (AJC)
www.ajc.org
Traduzione di Carmine Monaco 
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