Perchè Israele non è il problema

L'Opinione di David Harris
28 Aprile 2011

Ha suscitato molto scalpore il rinsavimento del giudice Richard Goldstone,
che si è reso conto di non averci azzeccato molto col suo dannato rapporto
Onu sullo stato di Gaza. Certo, l’ingente danno al buon nome di Israele era
già stato fatto, e così le parole del giurista sul Washington Post, per
quanto benvenute, sono giunte troppo tardi per rificcare nella bottiglia il
genio anti-Israele.

Ma Goldstone non dovrebbe essere il solo a guardarsi allo specchio e a
chiedersi come sia riuscito a commettere un errore così grosso e a che
prezzo. Prendete le rivolte nel mondo arabo. Molti cosiddetti esperti non le
hanno neppure viste arrivare, nemmeno standoci dentro. Perché? Perché molti,
come Goldstone, cercavano nella direzione sbagliata.

Quello che doveva essere ovvio - cioè, le condizioni sociali che hanno
determinato il crescente malcontento nel corso degli anni - è stato del
tutto ignorato.

Eppure, a differenza di Goldstone, gli altri non hanno neppure tentato di
scusarsi, almeno finora. Al contrario, essi continuano a pubblicare articoli
e editoriali, e ad apparire nei talk show, ai convegni e in tutta la
blogosfera con il loro “esperto” punto di vista, dimentichi della loro
totale cecità sui recenti drammatici sviluppi.

La loro unica ossessione è sempre stata Israele e tutte le sue presunte
violazioni. Hanno intessuto una storia che attribuisce tutti i dolori della
regione allo stato ebraico. Se non fosse per Israele, hanno suggerito, il
paradiso perduto diventerebbe il paradiso ritrovato. Ma quegli israeliani e
il loro ostentato militarismo, il colonialismo, l’espansionismo e qualsiasi
altro “ismo” possa essere inventato, erano la migliore spiegazione per ogni
problema del Medio Oriente.

Nient’altro importava. Nient’altro contava. Così, quelli di noi che hanno
osato suggerire che ci sono altri modi di guardare alla regione sono stati
semplicemente liquidati come tirapiedi di Israele e suoi apologeti. Le
nostre posizioni, frutto della sincera convinzione che solo con un’analisi
realistica della situazione si possono muovere le cose nella direzione
giusta - cioè, far uscire il Medio Oriente dalla sua stasi e condurlo in una
nuova era di pace e prosperità - sono state considerate niente più che un
trucco diversivo di quella nota “lobby” (sì, quella).

Si prenda ad esempio la questione dei profughi ebrei dai paesi arabi.
Nell’arco di due decenni, centinaia di migliaia di ebrei furono costretti a
lasciare le loro terre ancestrali a causa delle violenze e delle
discriminazioni, ma da parte della comunità internazionale non si sentì che
qualche timida protesta.

L’ONU tacque. La maggior parte dei governi si voltò dall’altra parte.
Editorialisti e giornalisti non sprecarono tempo sull’argomento. E pochi
studiosi usarono il loro solito armamentario intellettuale per denunciare il
fatto. Ma avrebbe dovuto essere chiaro che questo esodo di massa non
riguardava solo gli ebrei.

In realtà, si trattava dell’intolleranza di quelle società che respingevano
le nozioni di base del pluralismo e del rispetto delle minoranze. Beh,
nessuno disse niente e poi cosa è successo? Senza piu’ gli ebrei nel mirino,
quelle stesse società presero a concentrarsi su altre comunità, in
particolare i cristiani, ma anche sulle proprie minoranze mussulmane non
allineate.

Ma, ancora una volta, quello stesso universo che guardò dall’altra parte
quando si trattò degli ebrei, non si comportò meglio quando si trattò dei
copti in Egitto o dei caldei in Iraq.

Dopotutto, se non poteva essere ritorto su Israele, perché preoccuparsi?
Oppure, analizziamo il Rapporto annuale delle Nazioni Unite sullo sviluppo
umano nel mondo arabo.

Esso identifica senza dubbio alcuno i tre deficit generali - la libertà, il
rapporto tra i sessi, e la conoscenza - che affliggono il mondo arabo. I
fatti e le cifre raccontano la storia deprimente di una regione che resta
sempre più indietro, rispetto al resto del mondo in via di sviluppo, in
quasi ogni indice di riferimento.

Ma quelli tra noi che hanno indicato questo Rapporto come strumento
diagnostico fondamentale per capire cosa stesse succedendo, sono stati
derisi. Lo stesso per quanto riguarda l’annuale indagine di Freedom House
sui paesi del mondo, suddivisi in tre categorie: liberi, in parte liberi, e
non liberi.

Anche questa indagine racconta la pesante storia di un mondo arabo dove di
paesi “liberi” non ne esistono.

No! Invece di vedere i problemi come realmente sono, questa comunità di
“esperti” ha scelto di concentrare tutte le sue considerevoli energie su
Israele come cuore del problema del Medio Oriente.

Ecco perché gli Stati membri dell’ONU sono riusciti a istituire un complesso
apparato permanente di controllo (e gogna) su Israele, mentre non hanno
fatto niente del genere per qualsiasi altro paese della regione, o oltre. Ed
è per questo che il Consiglio dei diritti umani delle Nazioni Unite ha
creato un’agenda separata e permanente mirata ad assalire Israele, che
annovera tra i suoi ranghi grandi e famosi sostenitori dei diritti umani,
come la Libia e l’Arabia Saudita.

In effetti, la Libia di Gheddafi ha servito come presidente di tale
Consiglio per un anno, e ha anche presieduto l’Assemblea generale dell’ONU
per un altro anno. È per questo che i media di tutto il mondo hanno aperto i
loro uffici in Israele, ben sapendo che la sua democrazia li avrebbe
protetti, grazie ai quali hanno passato al microscopio ogni presunto
misfatto israeliano, al stesso tempo ignorando o semplicemente lasciando
perdere le storie in atto nel mondo arabo che sono culminate nel terremoto
ancora in corso.

Ed è per questo che un segmento importante della comunità accademica
internazionale si è disonorata, permettendo che lo studio del Medio Oriente
diventasse così politicizzato, così ossessionato da Israele, da non dare,
anch’esso, alcuna importanza ai segnali provenienti dalla regione, quando
tunisini, egiziani, siriani, libici, yemeniti e altri sono scesi in strada
non a denunciare Israele, ma i loro repressivi e retrogradi governi.

Qui ci sono solo alcuni esempi del tipo di “saggezza” di cui sto parlando.
Il ministro degli esteri turco, Ali Babacan, ha detto nel 2007, usando un’espressione
piuttosto tipica e logora: “La questione palestinese è l’epicentro di tutti
i problemi in Medio Oriente”.

Davvero? Vedete, non è il deficit di libertà, il deficit di genere o il
deficit di conoscenza, come il Rapporto delle Nazioni Unite sullo sviluppo
umano nel mondo arabo ha rivelato. Non si tratta del clientelismo e della
corruzione. Né dell’intolleranza delle minoranze.

Né della mancanza di posti di lavoro e investimenti. Né di quelli che
trasformano la fede in fanatismo. No, non si tratta di nessuna di queste
cose. C’è un solo problema in Medio Oriente, secondo il funzionario turco,
in una tesi ribadita dal suo primo ministro, ed è la “questione palestinese”
che, naturalmente, significa Israele.

Analogamente, l’ex consigliere per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti,
James Jones, ha affermato che: “Io sono convinto che se Dio fosse apparso al
Presidente Obama nel 2009 e gli avesse chiesto se poteva fare una cosa sulla
faccia della Terra, e una cosa sola, per rendere il mondo un posto migliore
e dare alla gente più speranza e opportunità per il futuro, io azzarderei
dicendo che questa avrebbe avuto a che fare con la soluzione due Stati per il
Medio Oriente”.

Ma dice sul serio? Il cielo sa quanto a molti di noi piacerebbe vedere una
soluzione “due stati” per un conflitto che va avanti da troppo tempo e si è
dimostrato così costoso. Ma il suggerire che questo sia il problema centrale
del mondo e la più grande barriera al fluirvi di “speranza e opportunità”,
semplicemente offende la nostra intelligenza e rivela la mentalità gretta e
miope con cui stiamo trattando.

È come se non esistessero il problema nucleare iraniano, né le ambizioni di
al-Qaeda, né il futuro precario di un Pakistan dotato di armi nucleari, né
le dinastie dispotiche del Medio Oriente che negano la libertà ed i diritti
umani, né le aspirazioni di coloro che desiderano ripristinare il
califfato - per non parlare dei veri problemi su scala globale, dalla
povertà alle malattie.

No, ancora una volta, si torna sempre ed unicamente ad Israele.
Per non essere da meno, il finanziere George Soros ha scritto all’inizio di
quest’anno, sul Washington Post, che “il principale ostacolo” al progredire
della libertà in Egitto e oltre è – sì, avete indovinato – Israele.

Non è, vedete, quello delle culture politiche deficitarie e delle economie
ridotte all’osso, ma, naturalmente, quello dei lunghi tentacoli di Israele.
E il presidente yemenita, sotto assedio, intravide una cospirazione in tutte
le proteste nel mondo arabo, per le quali molti hanno già dato la loro vita
anche nel suo martoriato Paese, perché queste erano in realtà orchestrate da
una “sala operativa a Tel Aviv con l’obiettivo di destabilizzare il mondo arabo”
e aiutato, naturalmente, dall’ex alleato di Israele, gli Stati Uniti.

Beh, nessuno si aspettava che il giudice Goldstone riconoscesse di aver
compiuto alcuni errori piuttosto gravi nella sua valutazione della guerra di
Gaza, della natura di Hamas, degli sforzi dell’esercito di Israele di
evitare di colpire i civili e nel conteggio dei morti. Ma alla fine lo ha
fatto.

Non vorrei trattenere il respiro in attesa che ritrattino tutti quelli che
ne hanno fatto un lavoro dell’incolpare Israele di tutti i mali del Medio
Oriente, anche a fronte di fatti abbastanza evidenti da Misurata a Latakia,
e dal Rapporto sullo sviluppo umano nel mondo arabo a Freedom House.

Ma mi auguro che la redazione del Washington Post conceda spazio a tutti
coloro che lo faranno.

*David Harris, direttore esecutivo dell’American Jewish Committee (AJC)
www.ajc.org
Traduzione di Carmine Monaco
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