Crollano i miti in Medio Oriente

L'Opinione di David Harris
19 Febbraio 2011
Israele e dintorni

In principio era il mito del collegamento tra l’Iran e il processo di pace israelo-palestinese. L’idea era che, senza progressi sul fronte palestinese, sarebbe stato impossibile mobilitare i paesi arabi di fronte alla minaccia nucleare iraniana. Una visione piuttosto diffusa ai piani alti, sostenuta da alcuni diplomatici e opinionisti, fino a quando non è stata spazzata via dalla marea delle rivelazioni di Wikileaks.

Naturalmente, non era un segreto che i leader arabi temessero il crescente potere dell’Iran e che non ponessero la minima connessione tra le due questioni. Chiunque abbia incontrato un funzionario arabo da Riyadh a Rabat ha sentito la stessa paura circa la prospettiva incombente di una teocrazia sciita dotata di armi nucleari a Teheran.

Ma nel mondo di oggi, i fatti non necessariamente possono accampare pretese nei confronti delle favole, finché non diventano così incontrovertibili che non c’è più alcun modo di aggirarli. Ed è proprio quello che Wikileaks ha dimostrato.

Meraviglia delle meraviglie: i dispacci hanno rivelato che dall’Arabia Saudita al Bahrain, dagli Emirati Arabi Uniti all’Egitto, i leader arabi hanno implorato gli Stati Uniti di mostrarsi durissimi nel confronto con gli iraniani.

E il collegamento con la questione palestinese? Neanche l’ombra. Nessuna menzione di sorta. Al contrario, molti paesi arabi hanno guardato a Israele, con o senza un accordo di pace, come ad un alleato occulto nel faccia a faccia con l’Iran.

Un’altra favola era quella degli insediamenti in costruzione a Gerusalemme est.

Secondo questo racconto, il processo di pace stava per affievolirsi e morire perché Israele aveva manifestato la sua intenzione di continuare a costruire all’interno dei quartieri ebraici. Israele è stato criticato, messo alla gogna e preso a pugni per le sue azioni, accusato non solo di essere un ostacolo alla pace, ma l’ostacolo vero e proprio.

La realtà sul campo non sembrava avere importanza. Il mondo è stato indotto a credere che il futuro del Medio Oriente ruotasse intorno a questi presunti comportamenti scorretti di Israele. Israele ha tentato di spiegare che entrambe le parti erano consapevoli che ci sarebbero stati aggiustamenti di confine nell’ambito di un accordo di pace che riflettesse la realtà demografica sul terreno, ma questo non importava un fico secco.

Ed ha avuto ancora meno successo quando ha ricordato al mondo che gli insediamenti (di certo un problema per i negoziati), non erano affatto l’unica, e non certo una sufficiente spiegazione, per più di sei decenni di schiacciante rifiuto del mondo arabo di riconoscere il diritto di Israele ad esistere.

Poi venne PaliLeaks, e anche questo mito è stato spazzato via. I documenti hanno mostrato che vi era effettivamente un tacito accordo di scambio su alcune terre, tra cui, sì, aree ebraiche di Gerusalemme est. I documenti hanno dimostrato che il divario tra le due parti era minore di quanto si immaginasse, ma, purtroppo, il clamore sui documenti trapelati hanno dimostrato che l’Autorità palestinese non è riuscita neppure a tentare di preparare la sua popolazione alle concessioni necessarie per la fine del conflitto e lo stabilirsi di una pace duratura.

E ultima venne la favola sostenuta a gran voce dal primo ministro turco Erdogan, che la radice di tutti i mali in Medio Oriente si fondasse nell’intransigenza di Israele. Accettare la premessa del leader turco significa prendere la verità e calpestarla. Anche una rapida analisi del mondo arabo rivela profondi problemi che nulla hanno a che fare con Israele, e tutto invece a che fare con la sua stasi politica, economica e sociale.

Ma questo avrebbe rovinato il fascino della narrazione. Dopo tutto, è molto più rassicurante per gli Erdogan del mondo, togliere le responsabilità dalle spalle arabe e gettarle su quelle israeliane! E per i denigratori di Israele, di cui non vi è mai penuria, qualsiasi cosa mirata a suggerire la colpevolezza israeliana, viene salutata con infinite espressioni di gioia e gratitudine.

Chi ha bisogno di coltivare il proprio pensiero critico quando criticare Israele è molto più agevole e gratificante? Ma anche questo mito è stato svelato agli occhi del mondo, nelle ultime settimane. Le strade della Tunisia, dell’Egitto, dello Yemen sono state inondate da gente che si è ribellata alla repressione interna, all’assenza di opportunità, alla cultura del clientelismo e alla corruzione.

Anche se nessuno degli “esperti del giorno dopo” lo aveva previsto, perché, a parte per Erdogan, ciò avrebbe dovuto costituire una sorpresa? Bastava una lettura superficiale del Rapporto delle Nazioni Unite sullo sviluppo umano arabo, compilato da studiosi arabi e pubblicato a più riprese in tutto il mondo, e altro materiale pertinente.

Vorrei citare alcuni passaggi di un mio articolo pubblicato oltre un anno fa in “The Huffington Post”, intitolato “Non si tratta di Israele”. “Essi [gli autori del rapporto] hanno parlato di tre fattori generali esplicativi delle insoddisfacenti condizioni della regione: il deficit di conoscenza, il deficit di genere e la mancanza di libertà.

"A meno che questi tre settori non vengano affrontati in maniera risolutiva, il Medio Oriente, che dovrebbe essere una delle regioni più dinamiche del mondo, continuerà a soffrire per l’instabilità, la violenza e il fondamentalismo, a prescindere da ciò che accade sul fronte israelo-palestinese.

“Consideriamo alcuni dati rilevanti dell’ultimo Rapporto sullo sviluppo umano nel mondo arabo e degli studi collegati:
  • Il numero totale di libri tradotti in arabo negli ultimi 1000 anni sono meno di quelli tradotti in spagnolo in un solo anno.
  • In Grecia - su una popolazione di meno di 11 milioni di persone - si traducono in greco cinque volte più libri stranieri di quanti ne traducano in arabo ogni anno i 22 paesi arabi messi insieme, su una popolazione totale di oltre 300 milioni di persone.
  • Secondo il Rapporto del Consiglio per le relazioni estere ”nel 1950, il reddito pro-capite in Egitto era simile a quello della Corea del Sud, mentre oggi il reddito pro-capite dell’Egitto è inferiore al 20 per cento di quello della Corea del sud. Sempre nel 1950, l’Arabia Saudita aveva un prodotto interno lordo maggiore di quello di Taiwan, mentre oggi è calato a circa il 50 per cento“.
Come ha osservato il dottor A.B. Zahlan, un fisico palestinese: ”Una cultura politica regressiva è alla radice del fallimento del mondo arabo nel finanziamento della ricerca scientifica e nello sviluppo di una vibrante e innovativa comunità di scienziati“. Egli ha inoltre affermato che ”l’Egitto, nel 1950, aveva più ingegneri di tutta la Cina“. Che non è certo il caso di oggi.

Il Rapporto sullo sviluppo umano delle Nazioni Unite rivela che solo a due egiziani su un milione sono stati concessi brevetti, rispetto ai 30 della Grecia e ai 35 di Israele (per la Siria, la cifra è zero). Allo stesso modo, il tasso di alfabetizzazione degli adulti per le donne dai 15 anni in su, è stato del 43,6 per cento in Egitto e del 74 per cento in Siria, mentre per i primi 20 paesi del mondo è stato quasi del 100 per cento.

E, infine, secondo la classifica di Freedom House, nessun paese arabo in Medio Oriente è indicato come ”libero“. Ognuno di essi è descritto come ”parzialmente libero“ quando va bene, ”non libero“ quando va male.

La triste verità è che è proprio l’oppressione politica, l’asfissia intellettuale e la discriminazione di genere che spiegano, molto più di ogni altro fattore, le croniche difficoltà del Medio Oriente.

Non esistono rimedi sbrigativi né panacee per queste malattie che consentirebbero alla regione di scatenare il suo grande potenziale, ma una cosa è chiara: sono queste, non il parafulmine ”Israele“, il cuore del problema.

Sarebbe illusorio pensarla diversamente. Le illusioni, o le favole, hanno prevalso fino a quando le folle nelle strade arabe non le hanno mandate in frantumi.

Come birilli, i miti continuano a cadere. Resta da vedere se essi saranno sostituiti da altri nuovi, o, finalmente, da una sana dose di realtà.

*David Harris, direttore esecutivo dell’American Jewish Committee (AJC)
www.ajc.org
Traduzione di Carmine Monaco

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