Ecco, ancora, perché difendo Israele.

L'Opinione di David Harris
25 Gennaio 2011

Dopo aver recentemente pubblicato l’articolo "Ecco perché difendo Israele", sono stato subissato di commenti. Alcuni di sostegno, altri duramente critici. Questi ultimi richiedono un esame più approfondito.

I critici duri si dividono essenzialmente in due gruppi.

Il primo è sopra le righe. Vanno dalla negazione dello stesso diritto di Israele a essere una nazione, all’attribuire a Israele la responsabilità di ogni male del mondo, sulla base di vaghi, o non così vaghi, riferimenti antisemiti.

Non ha senso replicare agli appartenenti a queste scuole di pensiero. Vivono su un altro pianeta.

Israele è un dato di fatto. Un fatto confermato dalle Nazioni Unite, che, nel 1947, hanno raccomandato la creazione di uno stato ebraico. Le Nazioni Unite hanno ammesso Israele nel loro consesso nel 1949. La combinazione degli antichi e moderni legami tra Israele e il popolo ebraico è quasi senza precedenti nella storia. E Israele ha dato il suo contributo, e anche di più, per far avanzare l'umanità.

A quelli che ne contestano la legittimità, consigliamo di esaminare le credenziali di altri Stati della regione, disegnati dai cartografi occidentali desiderosi di proteggere i propri interessi e garantirsi l’amichevole appoggio dei leader regnanti.

Inoltre gli consiglierei di valutare la base di legittimità dei numerosi paesi in tutto il mondo creati mediante l’invasione, l'occupazione e la conquista di territori. Il caso di Israele non è neppure lontanamente paragonabile a questi.

E se c’è gente là fuori che non ama gli ebrei, francamente, è un problema loro, non mio. Ci sono dei mascalzoni ebrei? Ma sì, ci potete scommettere. Ci sono mascalzoni cristiani, musulmani, atei e agnostici? Certamente non mancano. Ma qualcuno può dire che tutti i membri di queste comunità siano mascalzoni per definizione? Solo se è un totale fanatico bigotto.

L'altro gruppo di critici attacca le politiche di Israele ma cerca in genere di fermarsi prima di arrivare all’aperto antisionismo o antisemitismo. Però molti di questi critici implacabili, alla minima occasione, ripetono come degli automi delle affermazioni su Israele che non sono avvalorate dai fatti.

Ci sono un paio di approcci metodologici evidentemente squilibrati nelle loro analisi.

Il primo si chiama “pregiudizio confermativo”. Questa è l'abitudine di favorire le informazioni che confermano quanto già si crede, che sia vero o no, ignorando il resto.

Mentre Israele è impegnato al suo interno in un forsennato dibattito su politiche e strategie, diritti e torti, i più feroci critici di Israele possono dire di fare lo stesso? Non direi proprio.

Può il coro dei critici ammettere, ad esempio, che l'ONU ha raccomandato la creazione di due stati – uno ebraico e l'altro arabo – e che gli ebrei accettarono la proposta, mentre gli arabi non l’hanno fatto e hanno scatenato una guerra?

Possono riconoscere che le guerre creano inevitabilmente dei rifugiati e portano a rettifiche di confine a favore del vincitore (specie se attaccato)?

Possono riconoscere che, quando la West Bank e Gaza erano in mano araba fino al 1967, non c'era assolutamente alcun movimento che reclamasse uno stato palestinese?

Possono spiegare perché Arafat ha lanciato una "seconda intifada", proprio mentre Israele e Stati Uniti stavano proponendo una definitiva soluzione “due stati”?

Oppure quello che la Carta di Hamas dice sugli obiettivi del gruppo?

O quello che il partito di Hezbollah, armato fino ai denti, pensa del diritto di Israele ad esistere?

O come un Iran, con le sue forti ambizioni nucleari, vede il futuro di Israele?

O perché il Presidente Abbas abbia respinto il piano a due stati del Primo Ministro Olmert, quando lo stesso capo negoziatore palestinese ha ammesso che questi avrebbe dato alla sua parte l'equivalente del cento per cento della West Bank?

O perché i leader palestinesi si rifiutano di riconoscere il Muro occidentale o la tomba di Rachele, come siti ebraici, mentre chiedono il riconoscimento dei luoghi santi musulmani?

Oppure, perché Israele dovrebbe avere al suo interno una minoranza araba, ma in uno stato di Palestina non è prevista alcuna minoranza ebraica?

Possono ammettere che, quando i leader arabi sono stati pronti a perseguire la pace con Israele, piuttosto che la guerra, i risultati sono stati dei trattati di pace, come dimostrano le esperienze di Egitto e Giordania?

E possono contestare il fatto che, quando si tratta di valori liberali e democratici nella regione, nessun paese è neppure lontanamente vicino a Israele, qualunque siano i suoi difetti, nella tutela di questi diritti?

A proposito, quanti altri paesi del Medio Oriente – e oltre – avrebbero giudicato e condannato un ex-presidente? Questo è stato il caso di Moshe Katsav, in un processo, si deve rilevare, presieduto da un giudice arabo israeliano. Il messaggio è chiaro: in Israele nessuno è al di sopra della legge.

E se la critica estremista non può riconoscere nessuno di questi punti, qual è la spiegazione? La loro antipatia per Israele – e il conseguente pregiudizio – li rende ciechi a qualsiasi cosa possa perforare il loro pensiero ermetico?

L’altra metodologia malata si chiama causalità inversa, o il confondere causa ed effetto.

Esaminiamo il caso di Gaza.

Queste critiche si concentrano solo sulle azioni presunte di Israele contro Gaza, come se fossero la causa del problema. In realtà, sono l'opposto: sono l'effetto.

Quando Israele si è ritirato da Gaza nel 2005, ha dato ai residenti locali la prima occasione nella loro storia – ripeto, nella loro storia – di autogovernarsi.

Riguardo ai vicini, Israele ha sempre avuto una sola preoccupazione: la sicurezza. Voleva essere certo che qualsiasi cosa fosse emersa a Gaza non avrebbe messo in pericolo gli israeliani. In realtà, più prospera, stabile e pacifica fosse diventata Gaza, meglio sarebbe stato per tutti. Tragicamente, si sono realizzati i peggiori timori di Israele. Piuttosto che concentrarsi sulla costruzione di Gaza, i suoi leader – specie Hamas, dal 2007 – hanno preferito concentrarsi sulla distruzione di Israele. Missili e mortai sono piovuti sul sud di Israele. In quel caso i critici sono però rimasti in silenzio. Solo quando Israele non ha più potuto tollerare il terrore, si sono risvegliati, per concentrarsi sulla reazione di Israele, non certo sull'azione provocatoria di Gaza.

Eppure, che cosa avrebbe fatto qualsiasi altra nazione nella posizione di Israele?

Provate a immaginare i terroristi al potere nella Columbia britannica – e i cittadini e le città dello Stato di Washington fatti oggetto di quotidiani attacchi di mortali proiettili. Quanto tempo avrebbero impiegato gli Stati Uniti per invadere l’attaccante e cercare di porre fine agli attacchi terroristici, e che tipo di forza sarebbe stata utilizzata?

Oppure, consideriamo la barriera di sicurezza.

Questa non è esistita per quasi 40 anni. Poi è stata costruita da Israele in risposta ad una ondata di attacchi mortali provenienti dalla Cisgiordania, con ben oltre 1000 morti israeliani (corrispondenti a oltre 40.000 americani, in proporzione). Nonostante ciò, Israele ha spiegato con chiarezza che tale barriera può non solo essere eretta ma anche spostata, e infine smantellata.

Eppure il clamore dei critici di Israele non è esploso quando si uccidevano gli israeliani nelle pizzerie, durante le cene di Pasqua e sugli autobus, ma solo dopo la costruzione della barriera. Un altro caso di causalità inversa, che ignora del tutto la causa e si concentra solo sugli effetti, come se si trattasse di una questione a sé stante, scollegata da tutto il resto.

Così, ancora una volta, in risposta alla domanda del mio ex collega britannico, "Come si può difendere Israele?" Io rispondo: con orgoglio.

In questo modo, io sto difendendo una nazione liberale, democratica e dedita alla ricerca della pace in un’area dove regna il ferro e il fuoco, dove il liberalismo, la democrazia e la pace sono beni tragicamente scarsi.

*David Harris, direttore esecutivo dell’American Jewish Committee (AJC)
www.ajc.org

Traduzione di Carmine Monaco

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