Quanti pregiudizi contro Netanyahu!

L'Opinione - di David Harris
21 Settembre 2010

In un recente editoriale di apertura intitolato "Il presidente Abbas e i colloqui di pace", in apparenza dedicato al leader palestinese, il giornale non ha potuto resistere alla tentazione di sferrare un colpo – o due, o tre – a Netanyahu. Riusciva a malapena a contenere la sua rabbia, i sospetti e i dubbi sul primo ministro israeliano. Ma, del resto, è questo che ci si aspetta. Figuriamoci.

Dal suo insediamento, Netanyahu ha spostato il suo partito, il Likud, solidamente nel campo della soluzione “due stati”. Questa non è un’impresa da poco. Il partito ha fortemente resistito all'idea sin dal suo inizio. Infatti, I precedenti leader del Likud Ariel Sharon e Ehud Olmert hanno dovuto lasciarlo per spostarsi su posizioni più centriste. Netanyahu ha portato con sé il partito – o almeno degli importanti segmenti di questo – in questa svolta storica per lui e la sua fazione.

Ha anche rimosso decine di checkpoint in Cisgiordania, fatto che consente maggiore libertà di movimento di persone e merci, e ha contribuito a favorire l'accelerazione della rilevante crescita dell'economia palestinese.

E ha fatto quello che nessuno dei suoi predecessori aveva mai fatto, accettando un congelamento temporaneo di tutte le nuove costruzioni negli insediamenti ebraici della Cisgiordania. Fatto su richiesta del presidente Obama, questo è stato inteso come un gesto di buona volontà per aiutare a riavviare i colloqui di pace con i palestinesi. Il prezzo che doveva essere pagato nella politica interna, non ha fermato Netanyahu.

Nel frattempo, egli sta affrontando alcune sfide sconcertanti.

In primo luogo, quando ha assunto la carica nel 2009, si è trovato di fronte una nuova amministrazione statunitense che ha inviato segnali decisamente contrastanti riguardo il suo atteggiamento verso Israele. Infatti, molti hanno ipotizzato che uno dei suoi obiettivi iniziali fosse quello di rifare il governo israeliano, forse addirittura di rimuovere Netanyahu dal processo. Dato il ruolo fondamentale degli Stati Uniti nella vita di Israele, la questione bilaterale ha da sola mantenuto Netanyahu piuttosto occupato.

In secondo luogo, grazie alle obsolete leggi elettorali israeliane, egli guida una scomoda, faticosa coalizione, che cerca di tirarlo in diverse, spesso contraddittorie, direzioni. Anche se un rifacimento del governo potrebbe essere auspicabile, ad oggi Netanyahu ha eluso la cosa.

In terzo luogo, l'Iran si muove inesorabilmente verso l’obiettivo nucleare, che costituisce una minaccia senza precedenti per la sicurezza di Israele. Qualsiasi leader israeliano sarebbe altrettanto preoccupato di questa minaccia e su come affrontarla.

In quarto luogo, I vicini dell'Iran, Hamas e Hezbollah, stanno guadagnando in forza militare. Entrambi siedono sui confini di Israele, ed entrambi si stanno preparando per nuovi cicli di conflitto con Israele, che, nella loro mente, non ha diritto di esistere. Hamas, infatti, ha già intensificato gli atti di terrorismo mortale in risposta alla ripresa dei colloqui di pace israelo-palestinese.

E quinto, la Siria mostra i muscoli ancora una volta, cercando avanzate armi russe e gettando un'ombra lunga sugli affari del vicino Libano.

Inoltre, Netanyahu presiede un paese che è diventato più scettico riguardo alle prospettive di pace negli ultimi dieci anni. Cosa che comunque non significa alcun calo del desiderio di pace, ma solo del maggiore dubbio che questa possa essere raggiunto.

Tre eventi in particolare spiegano questo cambiamento attitudinale.

C'è stata l'importante offerta del primo ministro Ehud Barak, nel 2000, con il pieno sostegno del presidente Bill Clinton, per una soluzione a due stati. Il risultato? Una "intifada" palestinese che ha ucciso più di mille israeliani. In proporzione, sarebbe l'equivalente di 40.000 morti americani.

C'è stato il ritiro israeliano dalla zona di sicurezza nel sud del Libano, sempre nel 2000. Il risultato? Hezbollah ha riempito il vuoto, ha portato le armi più vicino al confine e innescato la guerra del 2006.

E poi c'è stato il ritiro di Israele da Gaza nel 2005, che ha dato alla popolazione locale la prima occasione nella loro storia di autogovernarsi. Il risultato? Hamas ha assunto il potere, cacciato l'Autorità palestinese in una sanguinosa guerra civile, contrabbandato armi pesanti e sparato migliaia di missili e colpi di mortaio contro Israele.

Detto questo, Netanyahu è serio circa i colloqui di pace diretti lanciato pochi giorni fa a Washington.

Se il Times non la pensa così, il giornale potrebbe essere vittima dei suoi stessi paraocchi giornalistici. Sembra che non vogliano, o che non siano capaci di riconoscere che un leader politico come Netanyahu possa dimostrarsi una dinamica, e non statica, figura.
Del resto, all’epoca, quel giornale e molti altri ancora furono lenti nel vedere come Ariel Sharon fosse cambiato. Oggi è visto come una figura quasi eroica per aver affrontato i coloni israeliani a Gaza – quegli stessi coloni che aveva incoraggiato a muoversi lì in primo luogo – e ordinato il completo ritiro dei soldati israeliani e dei coloni da Gaza. Infatti, dovette creare un nuovo partito per portare a termine questa politica.

Torniamo indietro e leggiamo come Sharon è stato più volte deriso come "guerrafondaio", "Bulldozer" e "estremista di destra" dopo essere entrato in carica come primo ministro nel 2001, anche quando i cambiamenti nella sua prospettiva erano già diventati evidenti a chi voleva guardare.

Troppi comitati di redazione, torri d'avorio e Ministeri degli esteri, tuttavia, avevano troppo investito nell'immagine del "vecchio" Sharon per cogliere i cambiamenti sotto i loro occhi.

E lo stesso principio è applicabile all'amministrazione Obama, posta nel marzo 2009 a confronto con la realtà di Netanyahu quale primo ministro di Israele. Egli è stato considerato, e giudicato inadeguato, attraverso il prisma del suo primo mandato come leader di Israele un decennio prima.

Solo di recente l'amministrazione ha capito che non solo la posizione di Netanyahu in Israele è abbastanza sicura, ma anche che è maturato come leader, ha tracciato un percorso centrista ed è risoluto, qualunque sia la probabilità di successo, a ricercare un accordo di pace con l'Autorità palestinese.

Non meno importante, se un qualsiasi leader israeliano può raggiungere un accordo di pace oggi, Netanyahu è sicuramente uno su cui puntare per il ruolo.

Dato il comprensibile scetticismo dell'opinione pubblica israeliana circa la possibilità di una vera pace con i palestinesi, ci vuole qualcuno come Netanyahu (con il suo notevole background militare, la sua vista da falco sulla sicurezza, e, così come gli piace metterla, la sua mancanza di ingenuità circa la regione) per fare un vero tentativo. E se i progressi nei colloqui dovessero comportare ulteriori sacrifici israeliani, l'accordo dovrà essere venduto al popolo israeliano, un altro lavoro su misura per lui.

"Il popolo ebraico non è straniero nella nostra Patria, la terra dei nostri antenati", ha detto Netanyahu a Washington la scorsa settimana. "Ma ci rendiamo conto che un altro popolo condivide questa terra con noi. E sono venuto qui oggi per trovare un compromesso storico, che consentirà ad entrambe le popolazioni di vivere in pace, sicurezza e dignità".
Le parole di un "maestro manipolatore"? Difficile.

I soli manipolatori qui, purtroppo, sono quegli editorialisti del Times che hanno scritto quella frase.

* David Harris, Direttore esecutivo dell'American Jewish Committee (www.ajc.org)

Traduzione di Carmine Monaco
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