Intervista a David Harris

L'Unità
3 Luglio 2010

Nonostante tutto, resto dell'idea che non esistano alternative ad una pace fondata sul principio “due popoli, due Stati». Ma con altrettanta nettezza aggiungo che l'ostacolo principale per realizzarla non è quello degli insediamenti, l'ostacolo principale resta lo stesso di questi decenni: il rigetto del mondo arabo, prima che dei palestinesi, a riconoscere al popolo ebraico il diritto ad un suo focolaio nazionale». A sostenerlo è David Harris, Direttore esecutivo dell'American Jewish Committee (Ajc), la più antica organizzazione ebraica americana. A Roma per una conferenza sul processo di pace in Medio Oriente, Harris ha rilasciato questa intervista a l'Unità. «Il presidente Obama - afferma Harris - sta finalmente imparando a conoscere la dinamica e soprattutto la psicologia del Medio Oriente. E questo mi fa essere un po’ più ottimista sul futuro». Un futuro che, per il Direttore dell’Ajc non prevede un negoziato con Hamas: «Un movimento - dice - che ha nella sua Carta fondativa la distruzione dello Stato d’Israele». Lei è reduce da incontri tra alcuni protagonisti della scena mediorientale: re Abdallah II di Giordania e il presidente israeliano Shimon Peres. L'impressione è che il processo di pace sia in una fase di grave stallo. Lei vede spiragli? «La speranza esiste. E dico questo non solo perché sono ottimista di natura. Lo affermo perché resto convinto che alla fine non c'è scelta. Per il futuro di tutta la regione, del mondo arabo e del popolo israeliano ci deve essere una soluzione. E questa soluzione, a mio avviso, è quella di “due Stati per due popoli”. Uno Stato per il popolo ebraico, che si chiama Israele, e che esiste già da 62 anni, e uno Stato per il popolo palestinese. So benissimo che ci sono ostacoli su questa strada, ma non sono pessimista». Lei è il Direttore esecutivo della più antica organizzazione ebraica americana. Dal suo osservatorio privilegiato, come giudica il fatto che in Israele c’è chi considera Barack Obama un avversario se non un presidente ostile? «Non è giusto affermare che in Israele il presidente Obama venga considerato un nemico dello Stato ebraico. Questa è una forzatura che non rispondere al vero. Va anche detto che già in passato sono emerse delle differenze legate al processo di pace, tra presidenti americani – penso a George Bush, a Bill Clinton, a George W.Bush – e primi ministri israeliani. Non credo che le differenze di vedute tra Obama e Netanyahu siano “anormali”. D'altro canto, ultimamente abbiamo assistito ad uno sforzo sia del primo ministro israeliano che del presidente Usa per superare incomprensioni e divergenze. Credo che il rapporto bilaterale tra Israele e Stati Uniti sia oggi migliore rispetto a un anno fa e anche a tre-quattro mesi fa: mi riferisco alla visita in Israele del vice presidente Biden...». Ma Lei coglie un limite nell'approccio al conflitto israelo-palestinese da parte dell'Amministrazione Obama? «Un limite è stato quello di ritenere che per accelerare il negoziato, l'America dovesse allontanarsi da Israele. Come se questo servisse ad ammorbidire le posizioni arabe e palestinesi, accreditando ai loro occhi gli Usa come un soggetto equidistante dalle parti...». Perché giudica questo approccio un errore? «Lo stesso Governo americano ha scoperto che in linea di principio c'è logica in questo approccio, ma nella pratica...». Nella pratica? «Questo approccio ha fatto pensare ai palestinesi che visto che esiste una distanza tra gli Stati Uniti e Israele, noi palestinesi non dobbiamo fare niente perché gli americani faranno il lavoro per noi...Dall'altra parte, gli israeliani hanno pensato che se gli americano non sono vicini a noi, come possiamo rischiare nel processo di pace, come possiamo farlo se non siamo sicuri dell'appoggio americano? Perché sarà Israele ad assumersi gli oneri maggiori nel processo di pace. Alla fine, dopo sedici mesi, abbiamo scoperto che non c'è stato alcun progresso nel processo di pace, nonostante quello che il Governo americano ha voluto. Inoltre, abbiamo scoperto che i palestinesi non si sono mossi per niente, che gli israeliani hanno perso fiducia nel Governo americano. Il risultato è che adesso abbiamo questi “colloqui indiretti”, un passo indietro sostanziale rispetto a quei negoziati diretti che avevamo fino a sedici-diciotto mesi fa e che vanno ripristinati. Abbiamo perso tutto questo tempo non perché questa fosse l'intenzione degli Stati Uniti, ma perché, il presidente Obama e i suoi consiglieri non hanno capito molto bene la dinamica e la psicologia del Medio Oriente. Adesso, però, la capiscono molto meglio e questo mi rende un po' più ottimista sul futuro». Resta però l'”«incomprensione» sugli insediamenti. Non crede che la colonizzazione dei Territori sia un serio ostacolo alla pace? «No, non lo credo. E le dico il perché. A partire dagli anni Novanta non c'è stata precondizione ai colloqui israelo-palestinesi. A ciò va aggiunto che l'attuale premier,Netanyahu, ha preso una decisione – quella di “congelare” gli insediamenti per dieci mesi - che tendeva a dimostrare ai palestinesi una disponibilità reale a rilanciare il dialogo. In questa direzione, va anche la decisione di togliere diversi check point in Cisgiordania come misure adottate per migliore l'economia palestinese nella stessa Cisgiordania. Purtroppo tutto ciò non sembra far notizia...Ma nonostante questi gesti, i colloqui diretti restano bloccati. Ma questi colloqui sono di vitale importanza perché alla fine,come ha detto il presidente Obama, l'America non può volere la pace più dei protagonisti. La storia ci insegna che quando gli arabi e gli israeliani si incontrano apertamente o in segreto, progressi si realizzano. Né l'America, né l'Onu, né l'Europa possono rimpiazzare la volontà dei protagonisti. La pace non può essere imposta dall'esterno. Occorrono colloqui diretti, sinceri, tra i protagonisti. Gli insediamenti sono un ostacolo, ma non il principale. L'ostacolo principale, dal '47 ad oggi, è sempre lo stesso: se i palestinesi, se il mondo arabo sono pronti a riconoscere che gli Ebrei hanno il diritto all'autodeterminazione, il diritto ad un loro Stato e se sono un popolo indigeno e non “trapiantato” in Medio Oriente. Questo è stato l'ostacolo principale. Nella storia, Israele ha offerto più volte una risoluzione del conflitto. La risposta è sempre uguale:no. C'è sempre una giustificazione a questo “no”, ma i risultati non cambiano». Lei parla di una pace da ricercare. Ma questa ricerca può taglia fuori Hamas? L'ex presidente Usa, Jimmy Carter, non lo ritiene possibile... «Non è solo Israele a non poter fare pace con Hamas. È anche Al-Fatah a non poterlo fare. Recentemente, anche gli egiziani hanno cercato di realizzare un'intesa tra Fatah e Hamas, senza successo. Hamas è nemico di Fatah, dell'Autorità nazionale palestinese, del presidente Abbas, oltre che naturalmente d'Israele. Come può Israele sedersi a un tavolo negoziale con Hamas, quando Hamas dichiara nella sua Carta fondativa – che invito i lettori dell'Unità a leggere – di voler la distruzione dello Stato d'Israele? Nella sua Carta, Hamas non riconosce il diritto d'Israele di esistere, una Carta permeata di antisemitismo. Carter ha torto. Se Hamas cambia, se fa una rivoluzione interna, sarebbe un'altra cosa. Ma non siamo a questo punto, neanche agli inizi».

pubblicato nell'edizione Nazionale (pagina 28)

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