Porte chiuse per i convertiti

L'Opinione - di David Harris
30 Marzo 2010

Nella Knesset, vi è un tentativo di precludere a tutti i non ebrei che abbiano visitato Israele la possibilità di chiedere la cittadinanza israeliana secondo la Legge del Ritorno, se essi si convertono all‚ebraismo successivamente alla loro visita. A parte l‚ottusità di mettere in pericolo i legami con la vasta maggioranza della Diaspora, proprio nel momento in cui quei legami sono più importanti che mai per Israele, vi è l‚insensibilità pura e semplice di tale mossa. Noi dovremmo essere una comunità accogliente, non chiusa. Ironicamente, noi piangiamo sui nostri numeri stazionari anche se noi stessi creiamo un percorso ad ostacoli per quei molti che trovano un significato nell‚ebraismo e mostrano interesse a appartenervi. Ci deve essere, chiaramente, un criterio per la conversione, incluso un fermo impegno alla pratica dell‚ebraismo, la sincerità genuina e la conoscenza dei principi della vita ebraica, delle sue credenze, storia e pratica. Ci dovrebbe essere, idealmente, uno standard di conversione accettabile per tutti i movimenti religiosi. Comunque, ciò si è dimostrato finora irraggiungibile, lasciando la determinazione di „chi è ebreo‰ al Gran Rabbinato d‚Israele o alla Knesset. Alcuni giorni fa, ho assistito ad un discorso di una collega dell‚American Jewish Committee (Ajc) di origine tedesca recentemente convertitasi all‚ebraismo. Lei era stata istruita da un rabbino „Conservative‰ a New York, prima di apparire di fronte ad una corte rabbinica. È stata un‚emozione potente vedere questa giovane donna parlare del suo abbraccio verso l‚identità ebraica, del suo matrimonio ebraico, della circoncisione di suo figlio e del suo amore per Israele, che ha visitato molte volte.

Lei disse di essere venuta a lavorare all‚Ajc come non-ebrea e di essere stata accolta con calore. Senza dubbio, quel senso di benvenuto contribuì alla sua successiva decisione di divenire ebrea. Immaginate se fosse stata trattata con distacco o sospetto, come sarebbe stato il caso in qualche altro scenario. Che genere di impressione le sarebbe rimasta? Il fatto che lei provenisse dalla Germania aveva solo reso la sua intera esperienza ancora più ispiratrice. Ma non potevo evitare di chiedermi quale genere di ostacoli lei potrà ancora incontrare lungo la strada. Alcuni potrebbero mettere in dubbio la „validità‰ della sua conversione „Conservative‰ o sfidare il suo diritto di vivere in Israele da autentica ebrea, se un giorno lei e la sua famiglia dovessero considerare di fare tale scelta. Durante il corso degli anni, ho incontrato altri meravigliosi convertiti che si lanciano con grande entusiasmo e che tanto aggiungono alla vitalità della vita ebraica. Infatti, spesso ho riscontrato che effettivamente, nel caso dei matrimoni, è il convertito all‚ebraismo che sprona il coniuge nato ebreo ad un livello più alto di impegno nella comunità. Quelli che renderebbero la vita difficile ai convertiti, in Israele o altrove, trascurano molte considerazioni. Primo, raramente è facile cambiare la propria religione. Può significare andar via lasciandosi alle spalle una comunità, esperienze profondamente radicate, e persino la famiglia. Disdegnare o sottovalutare questo significa mostrare un‚estrema indifferenza verso quello che il convertito attraversa a livello personale. Mi ricordo di una donna greca ortodossa che si era convertita all‚ebraismo. Un giorno, lei mi confidò quanto fosse stato difficile. Da una parte, vi erano ancora ebrei che mettevano in dubbio la sua „autenticità‰, sebbene la sua famiglia era attiva nella loro sinagoga Riformata ed i loro bambini avevano tutti avuto un‚istruzione ebraica. D‚altra parte, dato il collegamento profondo fra famiglia, chiesa e identità nella cultura greca, i suoi parenti non potevano accettare completamente la sua decisione, che aveva creato una tensione permanente con le persone che amava. O si prenda il caso di una giovane che era la figlia di un ministro degli esteri europeo. Lei, crescendo, era sempre stata interessata all‚ebraismo, mi disse, e fece il grande passo quando incontrò un uomo israeliano. Lei si convertì attraverso il movimento „Conservative‰ negli Stati Uniti, ma questo non era sufficiente per la comunità ebraica di casa sua. Il ministro chiamò e chiese il nostro aiuto. Era sbalordito. Non poteva comprendere perché, dopo tutto lo studio intenso che sua figlia aveva effettuato, lei venisse ancora tenuta a distanza dai leader ebrei locali. Col tempo la situazione si è risolta, ma non prima di creare dei risentimenti.

Forse più dolorosa di tutte è la storia dello scorso anno di un ragazzo tredicenne in Spagna. Morto per un tumore al cervello, è stato seppellito appena fuori del cimitero ebraico perché la sua conversione all‚ebraismo era avvenuta sotto gli auspici dei Conservative, spingendo perciò il Rabbino Capo Sefardita di Israele a decidere che egli non poteva essere sotterrato all‚interno del cimitero stesso. Così, nonostante avesse frequentato ogni giorno una scuola ebraica e avesse avuto il suo Bar Mitzvah, il ragazzo fu seppellito in una sezione separata, riservata a coloro la cui ebraicità sia oggetto di discussione. Secondo, quella di unirsi al popolo ebraico in un mondo dove l‚antisemitismo è in aumento, le sinagoghe e le scuole ebraiche sono soggette a sempre maggiori controlli di sicurezza, ed Israele viene demonizzato dai suoi nemici, non è necessariamente una decisione presa alla leggera. Non c‚è un bonus di firma nell‚unirsi al popolo ebraico, sebbene, pensandoci, non deve essere proprio questa cattiva idea! Al contrario, ci sono pericoli sempre presenti per quelli che decidono di unire il loro destino con quello del popolo ebraico. Non dovremmo tendere la nostra mano a quegli individui che accettano di assumere il rischio nel nome di una chiamata più alta? Terzo, è davvero questo il modo in cui noi desideriamo comportarci verso coloro che giungono ad ammirare la bellezza della tradizione ebraica, ma che non possono sentirsi a proprio agio in un ambiente rigidamente osservante, così come avviene anche per molti ebrei dalla nascita? Non violiamo quella bellezza attirando nubi su alcuni convertiti, facendo di loro gli oggetti di manovre legislative nella Knesset o cercando di creare, in effetti, gerarchie dell‚identità? E quarto, noi ignoriamo il sempre crescente contributo dei convertiti alla vita ebraica. Io lo vedo nell‚Ajc. Lo vedo nella nostra sinagoga. Lo vedo nella vita comunitaria ebraica più in generale. Col timore riverenziale che essi hanno verso l‚eredità, la tradizione e la comunità ebraica, i convertiti aggiungono uno strato nuovo ed eccitante di vitalità alla nostra gente. Questa è una battaglia nella Knesset sui convertiti e sul loro diritto di fare aliya, sì. E‚ anche una battaglia sul diritto di tutti gli ebrei, a prescindere dalla denominazione, di aiutare l‚ingresso di membri nuovi nella compagine ebraica, consistente in criteri di base di conoscenza, sincerità ed impegno. E‚ inoltre, una battaglia su una visione di Israele. Israele vuole definirsi come la casa di tutti gli ebrei o solamente, se vogliamo, di ebrei designati, autenticati da un rigido monopolio religioso? Questa è, in ultimo, una battaglia per l‚anima dell‚ebraismo: se, alla fine, noi dobbiamo essere un popolo aperto, inclusivo, che pratica il rispetto reciproco, o una comunità chiusa tra mura, autoescludente, dove solamente alcuni sono ritenuti degni di rispetto. Per me, la scelta è ovvia.

Direttore esecutivo American Jewish Committee

Traduzione di Carmine Monaco
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