Il vero ostacolo alla pace

L'Opinione -di David Harris
13 Marzo 2010
Nel corso della sua vita, uno dei temi favoriti di Yasser Arafat era quello che non vi fossero collegamenti storici ebraici ad Israele.

Egli asseriva che non vi fosse mai stato un Tempio ebraico a Gerusalemme, che il Muro Occidentale non avesse un significato ebraico e persino che lo stesso Abramo non fosse ebreo.

In effetti, egli si spinse così oltre nel rifiutare il legame ebraico con Gerusalemme alla stessa presenza del Presidente Bill Clinton durante i colloqui di Camp David, da far infuriare il leader americano e chiarire i motivi per i quali quei negoziati furono condannati al fallimento.

Le idee di Arafat ebbero ovviamente vasta e incessante eco sui mass-media palestinesi e sui libri di testo, per non parlare del clero musulmano. Generazioni di palestinesi furono “educate” a credere che gli ebrei fossero degli invasori, non un popolo indigeno del Medio Oriente.

Questo non aveva niente a che fare con la storia, poiché vi sono abbondanti prove dei profondi legami ebraici con la loro terra che risalgono a ben più di 3.500 anni addietro, per non menzionare il significato spirituale e metafisico di Gerusalemme come il cuore e l’anima della narrativa ebraica.

Ed è inutile dire che Arafat non scelse mai di spiegare perché Gerusalemme è menzionata nella Bibbia ebraica quasi 700 volte, e neppure una volta nel Corano. O perché, quando Gerusalemme era nelle mani dei giordani dal 1948 al 1967, non un solo leader arabo, oltre al re di Giordania, scelse di visitare quella che veniva considerata una città di acque stagnanti. Solo quando l’intera Gerusalemme cadde nelle mani di Israele nel 1967, improvvisamente, la città sembrò assumere un significato magico, magnetico per il mondo arabo e mussulmano.

Invece, a rischio di affermare l’ovvio, il revisionismo di Arafat aveva tutto a che vedere con la politica e la propaganda. Se i leader palestinesi avessero potuto recidere il legame tra gli ebrei e la regione, allora avrebbero minato la profonda legittimità storica di Israele.

C’era, inoltre, qualche cosa d’altro all’opera. Non era solo il fatto di affermare che gli ebrei non avessero presumibilmente legami con alcuno di questi luoghi, ma anche che li avevano i musulmani. In altre parole, quella in corso era un’usurpazione della storia ebraica e la sua sostituzione con la storia islamica. Una sorta di sostituzione storica di una religione, quella islamica, che ha fatto la sua apparizione più di 2000 anni dopo il Giudaismo.

Arafat morì nel 2004, ma le sue credenze non lo sono sicuramente.

Tipico di questo atteggiamento mentale tuttora vigente è il caso del giudice supremo islamico dell’Autorità palestinese, lo sceicco Tayseer Rajab Tamimi, che recentemente ha negato che gli ebrei avessero mai vissuto a Gerusalemme o che il Tempio ebraico fosse mai esistito.

Ed ora il Primo Ministro turco Recep Tayyip Erdogan si unisce alla rissa, continuando la sua recente politica di non mancare mai un’opportunità di castigare Israele e proclamare la solidarietà panislamica. In un giornale saudita lui afferma che la moschea di al-Aqsa, la tomba dei Patriarchi e la tomba di Rachele “non furono e mai saranno luoghi ebraici, ma luoghi islamici”.

Per la cronaca, la tomba dei Patriarchi, ad Hebron, è riverita come il secondo luogo più santo del Giudaismo, dopo il Muro Occidentale a Gerusalemme. La tomba di Rachele, a Betlemme, è il terzo luogo più santo del Giudaismo. Invece, come per la moschea di al-Aqsa a Gerusalemme, Israele ha sempre fatto del tutto, fin dal 1967, per rispettare l’autorità religiosa musulmana, anche se la terra sotto la moschea, il Monte del Tempio, è centrale per la religione e la storia ebraica.

In effetti, questo problematico modello che tenta di negare o estinguere la presenza ebraica si estende molto profondamente nella regione.

Poche sere fa, mia moglie ed io incontrammo un’importante giornalista americana con un’esperienza di oltre tre decenni nella copertura di storie e notizie rilevanti in tutto il mondo.

Sentendo un accento, lei chiese a mia moglie di dove fosse originaria. Nell’apprendere che mia moglie proveniva dalla Libia, le chiese quando e perché fosse andata via da lì. Mia moglie rispose che, come ebrea, lei e la sua famiglia furono costrette ad abbandonare la loro terra nativa ancestrale nel 1967, appena dopo che la Guerra dei sei giorni provocasse un parossismo di violenza che diede luogo all’assassinio di molti ebrei libici.

La giornalista rispose che lei non aveva mai saputo che gli ebrei avessero vissuto in Libia, e meno ancora che gli ebrei, insieme ai nativi berberi, avessero subito la conquista araba e l’occupazione della Libia secoli addietro. Lei non poteva concepire che ogni minima traccia della presenza ebraica in Libia, incluso sinagoghe e cimiteri, fosse stata cancellata, come se gli ebrei non fossero mai esistiti.

Quando mia moglie aggiunse che la storia si ripeté più o meno identica in quasi tutto il mondo arabo, con centinaia di migliaia di ebrei costretti ad andare via a causa delle persecuzioni, delle violenze e delle intimidazioni, la nostra interlocutrice espresse il suo imbarazzo per il fatto che questa storia le era del tutto nuova. Come mai non lo sapeva, lei si chiese retoricamente?

Bene, la risposta può essere triplice.

Primo, gli stessi paesi arabi hanno cercato di evitare ogni discussione sull’argomento, e ancora meno di riconoscere la presenza di ebrei sul loro suolo per secoli o, come nel caso di nazioni come la Libia, millenni. Per loro proprie ragioni, hanno preferito rimbiancare la loro storia.

Secondo, i mass-media occidentali dedicarono scarso spazio a quel massiccio esodo o alle sue implicazioni. Non fu ritenuta una storia degna di rilievo. Un esempio impressionante di ciò, il New York Times, che dedicò esattamente due brevi notizie nel 1967 alla fine della comunità ebraica in Libia.

Terzo, i rifugiati ebrei, fino a poco fa, erano troppo occupati a ricostruirsi delle vite nuove per pensare a quelle che erano state loro sottratte, o più precisamente, alle loro storie cancellate, come se non fossero mai esistite in quelle terre che loro chiamavano una volta “casa”.

E anche quando tentarono di farlo, chi stette ad ascoltarli? L’ONU? No. I mass-media? No. I leader arabi come Assad in Siria e Gheddafi in Libia? No. Persino i governanti occidentali sbadigliarono largamente quando furono loro presentati i fatti, forse perché rendevano ancora più complicato l’enigma del puzzle “Medio Oriente”, anche se erano un pezzo essenziale di quell’enigma.

Ma la realtà non è del tutto tetra. Ci sono alcune parti brillanti.

Marocco e Tunisia sono sempre state eccezioni alla regola. Mentre la massa degli ebrei andò via da ambo i paesi per paura del loro futuro, quelli che rimasero furono rispettati come parte integrante della storia e del tessuto sociale delle nazioni.

E questa settimana al Cairo è stata fatta la storia. Una sinagoga ed una yeshiva, entrambe associate al lascito culturale del torreggiante rabbino Maimonide, studioso e medico ebreo, sono state attentamente restaurate e saranno aperte al pubblico, marcando un passo diretto a dare finalmente credito al ruolo ebraico nella storia dell’Egitto.

La ricerca della coesistenza non è realizzata solo dai trattati, ma da uno spirito di accettazione reciproca, comprensione e rispetto.

Quelli che negano allegramente al popolo ebraico la sua storia e la sua sensibilità religiosa, che avvenga a Gerusalemme, Hebron o Tripoli, esigendo al tempo stesso il pieno riconoscimento di tutte le proprie richieste, non rendono alcun servizio alla causa della pace.

* Direttore esecutivo dell’American Jewish Committee (www.ajc.org)

Traduzione di Carmine Monaco

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