Cosa Israele può insegnare al mondo sulla sicurezza negli aeroporti

di David Harris
1 Gennaio 2010

Durante il corso degli anni, ho passato molte ore, più di quante desideri contare, negli aeroporti di tutto il mondo.

Sotto l’aspetto della sicurezza, uno di questi è in una classe a parte: l’aeroporto israeliano Ben Gurion. In seguito al tentativo di attacco terrorista al volo Northwest 253, è ora di rivisitare il modello israeliano, dal momento che gli altri paesi chiedono cosa può essere fatto di più per prevenire tali catastrofi.

Qual è la ricetta israeliana? Io non pretendo di saperla tutta, molti ingredienti sono comprensibilmente nascosti alla vista. Ma alcuni sono piuttosto ovvi e facilmente distinguibili rispetto alla norma vigente in troppi altri aeroporti.

In Israele, la sicurezza viene prima di tutto. Non è mai un ripensamento. Non è delegata al semi-competente. Non è una questione di “mi mostri” e “dica”. Piuttosto, è un lavoro di front-line che sta nelle mani di professionisti, ben coordinato sotto un rigido comando.

Israele ha creato un set di “strati di sicurezza”, o cerchi, intorno agli aeroporti e, per estensione, agli aeroplani.

Prima che un viaggiatore arrivi a bordo dell’aereo, sarà stato soggetto ad un numero elevato di potenziali intercettazioni, cominciando dai varchi di accesso controllati posti come ingresso di sicurezza per tutti i veicoli che entrano nello spazio aeroportuale. Ogni macchina viene fermata, mentre le guardie compiono esami visivi, seguendo il loro addestramento e il loro istinto. Dietro a loro sta un soldato di sorveglianza dotato di mitragliatrice pronto a intervenire.

Quando entrano negli edifici del terminal, vi trovano altre guardie in borghese e altri controlli visivi.

Vi è poi la prima concreta linea di sicurezza prima del check-in. Un ufficiale si avvicina ad ogni passeggero in fila e pazientemente pone domande che non sono semplicemente frettolose come sono, per dire, qui a New York. Possono essere piuttosto estese e imprevedibili, di solito accompagnate da una revisione di biglietti e passaporti (prima del controllo formale del passaporto che avviene solamente dopo il check-in) per corroborare le asserzioni sugli itinerari ed esaminare modelli di viaggio.

Quando si arriva alle effettive linee di sicurezza dopo il check-in (quelle con cui abbiamo ormai familiarizzato) il contrasto con, per esempio, quelle degli Stati Uniti può davvero colpire. Ognuno è quieto. Non c’è nessun apparente iperattività (il fenomeno del “più è meno”), come troppo spesso è il caso degli aeroporti americani. È interessante che nessuno in Israele mi abbia mai chiesto di togliermi le scarpe o di rimuovere liquidi dal mio bagaglio a mano, il che fa capire quanto sensibile può essere la tecnologia disponibile.

Sullo stesso piano, dopo l’11 settembre, quando sui voli americani noi eravamo dotati di coltelleria di plastica, sui voli da Israele si continuò ad usare quella d’acciaio. Israele bada meno ai simboli dell’apparente sicurezza (la “roba di Topolino”, come qualcuno la chiamò) mentre è più concentrato su ciò che costituisce i suoi veri elementi.

E anche dopo aver passato con successo la linea di sicurezza, c’è ancora dell’altro, all’interno dell’aereo stesso, almeno se è della compagnia di bandiera El Al, dove agenti di polizia sono schierati su ogni volo.

Infatti, parlando di agenti, nel 2001 Richard Reid, che più tardi divenne noto come “shoe bomber”, volò su El Al. Secondo un notiziario della CBS, mentre gli israeliani non avevano abbastanza su di lui per impedirgli di imbarcarsi sull’aereo, rimasero comunque diffidenti. Esaminarono tutto prima che lui salisse e poi, per buona misura, misero un agente nel posto adiacente. Se era in missione di esplorazione, lui capì la situazione e guardò altrove.

A quelli che non hanno mai visitato Israele, questo può sembrare richiedere un intero giorno, se non una settimana, prima di partire davvero. Non è vero. Per il passeggero medio, l’intera procedura si svolge rapidamente e con un minimo di inconvenienti personali.

Chiaramente, per viaggiatori che abbiano visti multipli da Yemen o Pakistan sui loro passaporti, sembrino agitati o confusi, appaiano innervositi dopo la seconda domanda, tentino di comprare un biglietto a senso unico all’ultimo minuto con soldi contanti, si presentino senza bagaglio per un viaggio intercontinentale, stiano portando un cappotto pesante in estate, o mostrino un certo "atteggiamento", è probabile che sia una storia piuttosto diversa.

E questa è la chiave. Israele capisce che il viaggiatore ha bisogno di un sistema di sicurezza che scruti attentamente ognuno, poiché non si può mai sapere chi sia coinvolto. Si ricordi, per esempio, il caso di Anne Mary Murphy, l’irlandese incinta che, nel 1986, progettò di volare su El Al da Londra a Tel Aviv, pensando di andare a incontrare i genitori palestinesi del suo fidanzato. A sua insaputa, lui le mise degli esplosivi nelle sue valigie, pianificando la distruzione dell’aereo in volo, che avrebbe ucciso anche lei ed il loro nascituro. L’allarme di un agente della El Al prevenne il disastro.

Ciò detto, gli israeliani credono che ci deve essere un meccanismo di accertamento supplementare (separato dagli essenziali accertamenti di intelligence prima del volo) il quale ammette che non tutti sono potenziali esecutori di un attacco terrorista. Alcuni lo chiamano “profiling”, che è divenuto una parola sporca per quelli che pensano che coniughi nozioni per designare bersagli su base razziale, religiosa o etnica. In realtà, si tratta di qualcosa di più sofisticato della semplice classificazione.

In fin dei conti, l'approccio di Israele si basa tanto, se non più, sulla dimensione umana che sulla tecnologia sofisticata. Dà anche una priorità più alta al salvare le vite prevenendo le tragedie che non soccombere a quella che sarebbe chiamata “correttezza politica” o “tutela della privacy”.

È chiaro anche all'osservatore casuale che i responsabili per la sicurezza dell’aeroporto Ben Gurion (e, non meno importante, per i voli El Al verso Israele dagli aeroporti di tutto il mondo) si vedano in prima linea nella difesa del paese. È un lavoro, chiaramente, ma è anche molto di più.

Ogni ufficiale di sicurezza capisce che la sicurezza dei viaggiatori dipende dalla prontezza e dal giudizio esercitato ad ogni passo di questo elaborato processo. Ognuno riconosce che tutto questo non è un'astrazione, una possibilità remota, ma qualche cosa di molto immediato.

Così, come ha mostrato Israele, ciò richiede un continuo addestramento e la capacità di anticipare le prossime mosse dei terroristi. Troppo spesso, noi tendiamo ad assumere una strategia “dopo-il-fatto”, altrimenti noto come “combattere l'ultima guerra”. Questo intende uno sforzo permanente per sondare le vulnerabilità potenziali e porvi rapidamente riparo.

Nella realtà, chiaramente nessun paese può vantare un sistema infallibile, e tutti i paesi in prima linea contro il terrorismo hanno esperienze da condividere. Ma, come i recenti eventi sottolineano drammaticamente, c'è ancora molto lavoro da fare, e almeno una parte di questo era evitabile in maniera imbarazzante.

Israele, che per decadi è stato in prima linea nella guerra intrapresa contro l'Occidente dall’Islam integralista, ha molto da condividere sul modo in cui affrontare la metodologia terrorista e la mentalità jihadista. Noi tutti potremmo fare molto peggio che imparare dal modello israeliano.

Traduzione italiana di Carmine Monaco
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