Pace fatta tra Israele e la Federazione Internazionale della Stampa

L'Occidentale - di Lisa Palmieri-Billig
1 Dicembre 2009

I retroscena

28 Novembre 2009

Se è vero che “non è oro tutto quello che luccica” è vero anche il contrario, cioè che non è piombo tutto quello che si nasconde nell’ombra perché la luce non ci arriva.

In Italia è stata accolta con sdegno la notizia riguardante l’espulsione del sindacato dei giornalisti israeliani (NFIJ) dalla federazione internazionale (IFJ) lo scorso giugno, ufficialmente per il mancato pagamento della quota annuale relativa agli ultimi 4 anni. Ora che gli israeliani sono stati definitivamente reintegrati durante una riunione straordinaria dell’esecutivo dell’IFJ, convocato appositamente a Londra il 14 novembre scorso, è però opportuno raccontare i particolari della faccenda, anche per sfatare un po’ il mito del totale isolamento di Israele e l’impermeabile muro di antagonismo a livello internazionaleNon che non esista un blocco anti-israeliano, ma esiste anche una forte voce che arriva dai paesi amici, tanto solidali da prendere iniziative forti per ricucire lo strappo e riparare il danno fatto dal voto di giugno dei loro rappresentanti. E’ stato il caso della Germania e dell’Italia innanzitutto, che hanno voluto battersi per la risoluzione del contenzioso e il reinserimento dei giornalisti israeliani “perché sono esponenti di una stampa fra le più libere e democratiche del mondo”, secondo Franco Siddi, Segretario Generale della Federazione della Stampa italiana (FNSI).

Infatti, con la convinzione che è “inconcepibile che una federazione internazionale dei media possa tagliare fuori Israele senza diventare un’associazione monca per l’eliminazione di un componente essenziale per un sindacato che si dichiari aderente al proprio codice deontologico e ai principi etici universali della democrazia”, Siddi e la FNSI, con incrollabile testardaggine, mi hanno coinvolta in una mediazione con i colleghi israeliani che è durata 5 mesi prima di approdare alla sua attuale felice conclusione.

Il compito mio era semplicemente di facilitare la comunicazione, rafforzando la sincerità e la buona volontà degli sforzi italiani. Abbiamo cominciato a luglio con lettere, e-mail, telefonate da Roma a Gerusalemme e Tel Aviv, chiedendo un incontro in Italia o in Israele per chiarire e risolvere tutte le questioni aperte – che contrariamente alle dichiarazioni ufficiali non erano limitate solo, ma anche, alla questione economica.

Con l’insistenza di Franco Siddi, abbiamo superato l’iniziale diffidenza da parte degli israeliani e abbiamo portato a buon fine un incontro avvenuto a Tel Aviv il 2 novembre scorso fra rappresentanti delle federazioni di giornalisti italiani e tedeschi, il Segretario della Federazione internazionale, Aidan White, e otto colleghi israeliani rappresentativi dei sindacati di Gerusalemme e Tel Aviv. Ci siamo incontrati alla “Beit Sokolov”, la casa dei giornalisti. Il tavolo era bandito con dolci israeliani, e Siddi ha portato tre confezioni di cioccolatini italiani per addolcire l’atmosfera.

L’incontro, a dire il vero, ha superato ferro e fuoco. Eravamo preparati ad affrontare lo sfogo emotivo dei colleghi israeliani – anche per un terreno psicologico sapientemente preparato dal direttore dell’ufficio di Gerusalemme dell’American Jewish Committee, Ed Rettig, con cui abbiamo avuto un incontro a Tel Aviv, noi italiani, i tedeschi, e Aidan White (Segretario Generale della Federazione internazionale, IFJ).

“La gente in Israele si sente sotto assedio”, ci diceva Rettig. “Il paese era compatto nel percepire come giusta l’operazione ‘Piombo Fuso’ come reazione allo stillicidio decennale di attacchi missilistici contro i centri abitati del Sud, ma l’opinione internazionale ci ha condannato ad una critica unilaterale. Poi siamo costretti a convivere da un lato con l’incubo di un Iran nucleare e dall’altro con lo spettro della crisi economica: oggi quasi un quarto degli israeliani vive al di sotto del livello di povertà, con molte mense organizzate dal volontariato per i più bisognosi.”

Quest’ultima costatazione ha fatto spalancare gli occhi ai colleghi. Erano convinti che tutti gli israeliani godevano di un benessere pari al livello UE e anche per questo non avevano concepito la richiesta della NFIJ di abbassare per loro i contributi annuali all’IFJ. La Federazione internazionale aveva insistito che Israele pagasse la quota più alta di primo livello – uguale a quella delle federazioni UE – mentre gli israeliani chiedevano che venissero applicate le quote regionali alla pari di quelle pagate dai vicini di casa giordani, egiziani, ecc.

I colleghi israeliani però, hanno scelto di toccare per ultimo il contenzioso economico e un compromesso è stato trovato dopo una negoziazione alquanto bizantina – o “ebrea”, secondo la definizione autoironica di Yossi Bar Moha, Segretario Generale della Federazione di Tel Aviv. Il nodo tecnico del disaccordo è arrivato dopo uno sfogo torrenziale di rimostranze per bocca di Bar Moha: “Ci avete messo in un angolo mentre noi vogliamo essere considerati membri con pieni e uguali diritti; non ci avete consultato prima di organizzare una missione investigativa sulla libertà di stampa in Gaza durante l’Operazione Piombo Fuso, perciò pregiudicando i risultati ottenuti; ci avete accusato perché non abbiamo protestato contro il bombardamento israeliano sulla televisione di Hezbollah in Libano, Al Manar, ignorando il fatto che noi lo consideriamo un bersaglio di guerra perché è un organo di propaganda per l’annientamento di Israele; ci avete escluso da un incontro della stampa regionale in Giordania; non avete risposto alla nostra richiesta di facilitare una collaborazione più stretta fra noi e i nostri colleghi palestinesi e arabi…”

Aidan White, mentre accettava alcune critiche e cercava di chiarire eventuali errori di comunicazione per le altre questioni (ad esempio, l’incontro in Giordania riguardava la mancanza di libertà di stampa nei paesi arabi soltanto, ecc.), si è scusato innanzitutto per la mancanza di consultazione con i colleghi israeliani riguardo alla missione IFJ a Gaza, precisando poi che la maggioranza dei restanti malintesi era dovuta alla mancanza di un rappresentante israeliano a livello decisionale negli organi dell’IFJ. Questa mancanza dovrà essere corretta, ha detto, ed ha formulato le seguenti proposte, poi approvate a Londra dall’esecutivo IFJ:

1) un incontro annuale fra rappresentanti dell’IFJ e la NFIJ per uno scambio periodico su tutte le questioni;

2) un invito da parte di Franco Siddi e la FNSI all’IFJ a partecipare ad un incontro di giornalisti mediterranei in Sardegna, nella primavera del 2010;

3) un incontro dell’IFJ in Israele sull’iniziativa “l’etica del giornalismo”, una campagna globale per migliorare il livello dei reportage;

4) un incontro fra giornalisti israeliani e palestinesi ospitato in Germania dal Deutsche Journalisten Verband;

5) una maggiore rappresentanza israeliana nelle attività della sezione europea dell’IFJ.

Ha concluso con evidente soddisfazione Aidan White: “Questo accordo porterà i nostri colleghi israeliani al centro del nostro lavoro nella regione. Se si mantiene, porterà dei benefici alla intera comunità di giornalisti, sia dentro che fuori del paese”.

Lisa Palmieri-Billig, corrispondente del Jerusalem Post, è rappresentante in Italia dell’American Jewish Committee.
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