Perché Israele non aveva alternativa

L'Opinione - di David Harris
9 Gennaio 2009

L'operazione militare di Israele contro obiettivi di Hamas in Gaza non avrebbe dovuto destare sorpresa. Era scritta sui muri. Non più di qualsiasi altro paese, Israele non poteva tollerare un regime terrorista al suo confine che ripetutamente lancia razzi ed attacchi di mortaio – oltre 200 solo nell'ultima settimana precedente l’attacco – contro le sue città e villaggi.

È necessario delineare lo scenario. Israele che entrò a Gaza nel 1967 dopo aver vinto una guerra di autodifesa, si ritirò unilateralmente dalla regione nel 2005. Il primo ministro Ariel Sharon affrontò una forte opposizione nazionale, una vera e attiva resistenza, nel rimuovere le truppe israeliane e i civili. Sharon annunciò che Israele non aveva pretese su Gaza e che desiderava vederla diventare parte di un pacifico stato palestinese, a fianco di Israele.

Questa era la prima opportunità nella storia di Gaza per i suoi residenti di governarsi in maniera autonoma, cosa che troppi detrattori di Israele convenientemente dimenticano. Infatti, prima dell’ingresso di Israele, Gaza era stata sottomessa alla legge militare egiziana per due decadi, durante le quali non ci fu mai, neppure per un momento, una discussione sulla sua indipendenza.

Ma le cose si sono involute rapidamente in una spirale discendente dopo il ritiro di Israele. Le elezioni locali nel 2006 condussero ad una coalizione tra l’Autorità palestinese e i leader di Hamas, seguite da un sanguinario colpo di stato di Hamas l'anno seguente. L’Autorità Palestinese fu espulsa ignominiosamente da Gaza, e costretta a rifugiarsi nella West Bank.

La scelta di Hamas al governo condusse all’isolamento internazionale. Hamas è ritenuto un gruppo terrorista dagli Stati Uniti e dall’Unione europea. La comunità internazionale pose tre condizioni di base per aprire ad Hamas: riconoscimento del diritto di Israele ad esistere, la fine delle violenze e la volontà di attenersi ai precedenti accordi israeliano-palestinesi.

Com’era prevedibile, Hamas non ha adempiuto ad alcuna delle condizioni. Dopo tutto, la sua carta fondante fa ripetuti appelli all'eliminazione di Israele e, citando gli infami Protocolli dei Savi Anziani di Sion, sprizza odio antiebraico ovunque essi vivano.

Così, fin dalla presa di potere in Gaza, Hamas non si è concentrato sul costruire la società palestinese, ma piuttosto sul cercare di distruggere la società israeliana. Con l’aiuto sostanziale dell’Iran ed una labirintica rete di contrabbando attraverso il confine tra Gaza e l’Egitto, Hamas ha trasformato Gaza in una vera caserma e in una fabbrica di munizioni.

Il risultato è stato che le città israeliane vicine al confine sono state bersaglio, nei recenti anni, di letteralmente migliaia di razzi ed attacchi di mortaio. Insieme alla portata dei razzi è cresciuto l’arco dei centri di popolazione israeliana vulnerabile.

In verità, le scelte politiche di Israele sono state limitate. Negoziare con Hamas è impossibile, a meno che Israele sia preparato per discutere i termini della sua propria capitolazione. Cercare una tregua o una pausa, come accaduto prima quest'anno, compra la quiete, sì, ma non è gratis. Hamas ha usato la tregua per migliorare la sua capacità di fuoco, addestrare i suoi combattenti e rinforzare la sua infrastruttura di comando e controllo, modellata sull'esempio di Hezbollah in Libano.

Hamas ha contato sulla sua abilità di attaccare Israele a volontà, confidando sulla moderazione israeliana. Il gruppo terrorista ha calcolato che Israele non aveva più la volontà di lottare e rischiare perdite militari in questa Gaza sovraffollata. Indubbiamente ha anche presunto che Israele si sarebbe trattenuto per la paura della pubblicità negativa, poiché Hamas, come procedura di funzionamento standard, ha sempre abilmente dirottato l’attenzione dei media sulle vittime civili palestinesi, vere o inventate, che inevitabilmente portano alle condanne di diplomatici e giornalisti.

Questa volta, Hamas si è sbagliato. Ha frainteso Israele. Ha optato di credere alla sua propria propaganda su un Israele che temeva di colpire, tremante di fronte alla prospettiva di un sostenuto sbarramento di missili di Hamas puntati sulle sue città del sud, o preoccupato della strategia di uscita una volta entrato a Gaza.
Fino a prima dell’attacco, Israele ha mostrato un’autolimitazione straordinaria che Hamas ha letto come debolezza. Ma Israele ha l'obbligo di difendere i suoi confini e i suoi cittadini. Chiaramente, come è stato dimostrato, ha capacità militare ed intelligenza per farlo. E, non di meno, nonostante le elezioni imminenti, ha la volontà politica e collettiva. Tutti questi elementi sono stati dimostrati in modo imponente nel corso della corrente operazione militare.

Non appena Israele ha colpito, alcuni nella comunità internazionale sono prevedibilmente ritornati alle solite posizioni.

La maggior parte dei leader arabi, per non menzionare la "piazza araba", hanno condannato Israele, ma cos’altro c’è di nuovo?

I leader egiziani e dell’Autorità Palestinese, le eccezioni, hanno notato che Hamas si è rovinato da solo. In verità, ci sono molti altri che non potrebbero essere più felici del colpo che Israele sta dando ad Hamas ed al suo finanziatore iraniano.

L'Unione europea ha parlato di uso "sproporzionato" della forza da parte di Israele, ma precisamente cosa sarebbe "proporzionato" in una situazione in cui Hamas domina Gaza ed è parte del network jihadista, in cerca di uno stato permanente di conflitto con la democrazia israeliana?

I vertici dell’ ONU hanno fatto appello ad una fine immediata della violenza, come se questo potesse magicamente persuadere Hamas a ripensare la sua ragione di essere.

E quella coalizione piuttosto bizzarra di partiti di estrema sinistra e islamisti radicali – che, alla fine del giorno, hanno tanto in comune quanto la Corea del Nord e il Nord Dakota – riemerge sulle strade di Londra e delle altre città per bruciare bandiere americane ed israeliane.

Siamo chiari. È negli interessi vitali di Israele avere una Gaza pacifica e prospera al suo confine. Su questo punto bisogna insistere sempre. Invece, Israele si trova di fronte ad un Hamastan, un'enclave terrorista. Quello che Israele sta facendo ora è precisamente quello che qualunque altra nazione farebbe in circostanze simili. Infatti, Israele probabilmente si è trattenuto più a lungo di quanto molte altre nazioni, incluso gli Stati Uniti, avrebbero fatto, e, giudicando dalla storia moderna, sta esercitando più cura nell’evitare vittime civili di molti altri eserciti, sebbene ciò sia particolarmente difficile quando il nemico usa abitualmente i civili come scudi umani.

Alcuni affermano che non c'è soluzione militare a Gaza. È vero. A lungo termine, i residenti di Gaza hanno bisogno di decidere se vogliono un futuro potenzialmente sereno senza Hamas o un futuro sicuramente tetro con esso. Ma a breve termine, Israele deve portare il chiaro e inequivocabile messaggio che si difenderà. Il che, a suo credito, è precisamente quello che sta facendo adesso.

Trad. di Carmine Monaco
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