Il pericolo ignorato

L'Opinione di David Harris
27.2.2008

Quando fu rilasciato il rapporto NIE (National Intelligence Estimate, il coordinamento delle 16 agenzie di spionaggio USA, ndr), io ero in Israele. Dove, senza esagerazione, questo vi provocò un terremoto del nono grado della scala Richter politica. Le questioni aperte erano molte, ad esempio: come hanno potuto i servizi di intelligence degli Stati Uniti pubblicare una tale non plausibile valutazione, rovesciando anni di convinte dichiarazioni sul fatto che l’Iran fosse ad un passo dall’acquisire armi nucleari?

Le mani del Presidente George W. Bush erano state legate da quelli che temevano un confronto degli Stati Uniti con l’Iran, solo poche settimane dopo che egli si era riferito alla possibilità di una “Terza Guerra Mondiale” se Teheran non avesse tenuto conto della volontà della comunità internazionale? Perché è stata enfatizzata la fine dello sviluppo di ordigni atomici, e non le scoperte ben più critiche dell’arricchimento di uranio continuato e dello sviluppo missilistico?

E perché nel rapporto non si riconosceva più chiaramente il fatto che è impossibile sapere tutto quello che succede in un paese grande e chiuso come l’Iran? Gli israeliani si sentivano abbandonati, avendo viste rifiutate le scoperte della loro intelligence. Molti ritennero che sarebbero stati lasciati soli ad affrontare la minaccia iraniana, dopo aver creduto che il mondo, guidato da Washington, aveva compreso che l’Iran era un problema globale, non solo israeliano. Inoltre, Israele si sentiva intrappolato politicamente. Mentre l’Iran poneva una sfida esistenziale allo stato ebraico, i leader a Gerusalemme cercavano di evitare un’aperta rottura con Washington, il suo alleato più stretto e l’amico più caro. E poi accadde qualcosa. Israele non era più da solo. Londra e Parigi trovarono modi di esprimere la loro costernazione per il modo in cui il NIE era stato formulato e per il tempismo della sua pubblicazione. Alcuni rapporti suggeriscono che entrambe le capitali sono molto più vicine a Gerusalemme nelle loro relazioni sul comportamento iraniano.

Inoltre, per aver assunto posizioni difficili sulla questione nucleare iraniana, si sentivano sminuiti da Washington. Molti dei paesi confinanti con l’Iran, particolarmente fra gli stati di Golfo, reagirono al rapporto statunitense con grande stupore, chiedendosi se su Washington si potesse contare per far fronte al “bullo di quartiere”. Un gruppo di opposizione iraniano, il Consiglio Nazionale di Resistenza dell’Iran, a cui si attribuisce la rivelazione del programma nucleare segreto dell’Iran nel 2002, asserì che gli Stati Uniti erano stati imbrogliati. Vero, c’era stato uno stop provvisorio al programma di sviluppo degli armamenti nucleari nel 2003, affermava il CNRI, ma era stato ripreso un anno più tardi e le sue strutture erano state sparse in tutto l’enorme paese, per poter più facilmente eludere occhi ed orecchie indagatrici dei servizi di intelligence occidentali. Molti autorevoli sondaggisti nazionali, incluso Rasmussen, rivelarono che, con margini di due a uno e tre a uno, la popolazione americana non stava credendo alle conclusioni del NIE, ritenendo invece che l’Iran è chiaramente determinato a costruire armi nucleari, minacciando così la sicurezza americana. Ed a Washington, alcuni funzionari cominciarono a prendere le distanze dal NIE, argomentando che nulla era realmente cambiato e che contro l’Iran erano necessarie sanzioni economiche supplementari. È troppo presto per dire quale scuola prevarrà, ma non esistono tempi lunghi in politica.

Due cose dovrebbero essere chiare. Primo, la chiave del successo di un programma di armamento nucleare sta nella capacità di arricchire l’uranio al livello del 90 percento. L’Iran continua a costruire centrifughe nucleari e le centrifughe continuano a girare. Il loro obiettivo? Arricchire l’uranio. A quale fine? Siccome l’Iran non ha reattori nucleari civili, ed i russi hanno insistito nell’offrire il combustibile per il reattore che gli iraniani stanno costruendo a Bushehr, la conclusione dovrebbe essere ovvia. Secondo, per rappresentare una minaccia nucleare credibile, una nazione deve avere i mezzi per lanciare le testate. Lo sviluppo missilistico iraniano non è un segreto, né, incidentalmente, lo è il ruolo della Corea del Nord in esso. Al contrario, gli iraniani vantano i loro successi nel settore. La portata dello Shahab-3, un missile adatto a trasportare testate nucleari, è stata estesa a 2.000 chilometri (1.200 miglia), simile a quella dell’Ashoura, un missile balistico testato a fine novembre. Ed è una convinzione largamente diffusa che l’Iran stia sviluppando lo Shahab-4, con una portata prevista di 3.000 chilometri. Perché tanta determinazione? E come decifrare la retorica apocalittica dell’Iran, incluse le sue minacce di cancellare Israele dalla faccia della terra e sfidare il “Grande Satana”, gli Stati Uniti? Null’altro che insignificanti parole? Le azioni iraniane in Iraq, Siria, Libano, Golfo arabico, Gaza ed altrove suggerirebbero altrimenti.

No, non è ancora tempo di gioire, come noi tutti potevamo augurarci. Il NIE non offre il conforto che alcuni titolisti dei mass-media hanno cercato inizialmente di portare al pubblico. Ricordiamo anche che la raccolta e la stima dei dati da parte dell’intelligence è un’arte notoriamente imperfetta. A volte può produrre successi spettacolari, altre volte no. Ad esempio, il Generale Leslie Groves, che guidava l’Esercito nel Manhattan Project, predisse nel 1948 che «l’Unione sovietica non sarebbe riuscita a produrre bombe atomiche efficienti e in quantità» fino al 1955, a causa dell’inadeguatezza del suo sistema industriale e scientifico. L’anno seguente Mosca testò una bomba atomica e cominciò a riprodurla in quantità industriale. Secondo il Presidente Harry Truman «il nostro monopolio finì prima di quanto gli esperti avessero predetto. Un’esplosione atomica ebbe luogo in Russia nell’agosto del 1949. Gli esperti dell’intelligence avevano opinioni diverse al riguardo, ma in generale nessuno di loro aveva previsto che i russi avessero fatto esplodere un ordigno atomico prima del 1952».

Ancora secondo Truman «lo stesso Generale [Douglas] Mac Arthur aveva detto che non c’era alcun pericolo di intervento cinese [in Corea]. [...] Ancora più importante, mi aveva detto che avrebbe potuto affrontare facilmente i Comunisti cinesi se davvero questi fossero entrati nel conflitto». Naturalmente le forze cinesi intervennero ed affrontarli si rivelò tutt’altro che facile per gli Stati Uniti e le forze Alleate. Anni dopo, nel 1977, il Presidente Jimmy Carter, presumibilmente rassicurato dalle stime dell’intelligence statunitense, dichiarò che «a causa della grandezza dello Scià, l’Iran è un’isola di stabilità nel Medio Oriente». Meno di 13 mesi più tardi, lo Scià fu costretto ad andare via, il paese fu presto preso dagli integralisti e 63 ostaggi americani furono trattenuti a Teheran per 444 giorni. Nel 1998, l’India condusse un test nucleare sotterraneo. In una società aperta e democratica come l’India, gli Stati Uniti erano certamente, capaci di registrarne le attività in anticipo, giusto? Sbagliato. Come riportò la CNN, il Senatore Richard Shelby, presidente del Comitato Senatoriale per l’Intelligence, disse che gli Stati Uniti erano stati presi completamente in contropiede. «Qualcosa è andato storto», disse alla CNN in un’intervista in diretta.

«È stato un fallimento colossale dell’intelligence degli Stati Uniti». Poco dopo giunse l’ugualmente inaspettato test nucleare pachistano, seguito dalle rivelazioni ugualmente sorprendenti che, grazie ad Abdul Qadeer Khan ed ai suoi sostenitori, il Pakistan era divenuto il supermercato della proliferazione nucleare globale. E cosa dire della nostra intelligence sul programma nucleare e lo sviluppo missilistico della Corea del Nord, che, secondo i funzionari citati dal Washington Times del 12 ottobre 2006, nutrivano «seri dubbi sul fatto che il programma nucleare della Corea del Nord costituisse una minaccia immediata; che la Corea del Nord potesse produrre una bomba nucleare utile a fini militari; che la Corea del Nord fosse capace di condurre un test nucleare sotterraneo, ritenendo, infine, che Pyongyang stesse bluffando affermando di poterne eseguire uno»? Sbagliavano su tutti e quattro i punti. Mentre ancora non è chiaro cosa esattamente stava succedendo in Siria, tanto da causare l’intervento aereo israeliano del 6 settembre, alcuni rapporti indicano che era in corso un traffico nucleare clandestino, aiutato dalla Corea del Nord. Informazioni sul programma riservato furono apparentemente condivise da Gerusalemme con Washington, non viceversa.

È chiaro che questo elenco è lontano dall’essere completo. Si potrebbe dire molto di più sulle disastrose stime dell’intelligence e sulle loro conseguenze politiche. Si prenda ad esempio il NIE del 2002 sull’Iraq. Ma il mio scopo non è denigrare l’insieme dei servizi di intelligence. Io comprendo le difficoltà contro le quali loro lavorano strenuamente e le responsabilità che si prendono sulle spalle. Piuttosto, voglio suggerire che la loro parola non è necessariamente vangelo. Nel caso dell’Iran, il senso comune ci dice che gli iraniani non stanno combinando niente di buono. Messa in un altro modo, se cammina e fa “qua qua” come una papera, probabilmente è veramente una papera. Le dichiarazioni e la retorica iraniane lasciano pochi dubbi sui loro scopi. Non abbiamo alcuna alternativa se non affrontare la dura realtà.

Trad. di Carmine Monaco
Copyright 2013/2014 AJC