Sei lezioni di attivismo ebraico

Jerusalem Post
13 Gennaio 2009

Alcuni giorni fa, a New York, ha avuto luogo un commovente evento per celebrare il 40° anniversario del movimento degli ebrei sovietici. Nel segno dell’American Jewish Committee, l’evento ha visto insieme i primi refuseniks e obiettori di coscienza, i parlamentari che esercitarono pressioni sul Cremino, i veterani dell’attivismo ebraico americano e – come previsto – tanti giovani quanti la sala poteva ospitarne.

Perché l’accento sui giovani? Per due ragioni. La prima, è che pochi tra loro sembrano conoscere bene la storia, i suoi attori o i traguardi raggiunti. Infatti, nel corso dell’evento è stata stigmatizzata l’assenza di tali insegnamenti ai giovani ebrei riguardo questo periodo. E la seconda è che vi sono importanti lezioni da trarre da quella che risultò essere una delle campagne per i diritti umani più riuscite nella storia moderna. Queste lezioni sono certamente applicabili oggi.

Quali sono?

Lezioni di fede. La campagna in Unione sovietica fu lanciata da una manciata di ebrei che credevano di avere diritto a scegliere il loro paese di residenza, a vivere in Israele se così desideravano, di studiare la lingua ebraica, di apprendere della loro eredità storica e culturale per pregare come ritenessero più appropriato, e di affermare l’orgoglio della loro identità. Le loro convinzioni li animarono, li nutrirono e li imbaldanzirono. Questi ebrei crederono che la storia fosse dalla loro parte - e che lo fosse anche il diritto internazionale. Ancora più straordinario il fatto che essi fecero ogni sforzo, in una terra dominata dal pensiero unico, determinata a spezzare l’eredità culturale e religiosa di ogni popolo con metodi diffamatori e intimidatori adottati dalla politica demonizzante sovietica.

Lezioni di coraggio. Non era privo di rischi sostenere le proprie convinzioni. Al contrario, le pene inflitte dal regime erano alte: lavori forzati, carcere psichiatrico, esilio interno, licenziamento dal lavoro, rifiuto del visto di uscita, separazione dalla famiglia, umiliazione pubblica. Quelli che scelsero la via di reclamare i propri diritti e, così facendo, sfidarono il Cremino, sapevano a priori che la risposta sarebbe stata probabilmente rapida e durissima. Eppure andarono avanti. “Eroismo” è divenuto una parola svalutata nel lessico di oggi, dove viene sprecata con leggerezza, ma calza a pennello in questo caso. Senza la buona volontà di alcuni ebrei sovietici di mettere le loro vite in gioco, gli ufficiali del Cremlino sarebbero stati disposti a prenderli sul serio?

Esempi di comunità. Quegli ebrei sovietici che intrapresero questa strada furono fortificati dalla consapevolezza di non essere soli. Erano parte di qualcosa molto più grande di loro. Quando possibile, si cercavano l’un l’altro. Il contatto era importante e rassicurante. E dietro quel piccolo gruppo di eroi, c’erano altri che aiutarono a formare una rete comunitaria più vasta - la ciambella di salvataggio gettata dal mondo esterno. C’era, per esempio, un consolidato flusso di visitatori dell’Unione sovietica – ebrei e non-ebrei, parlamentari e cittadini comuni – che andarono oltre l’immagine del perfetto villaggio turistico di Potemkin – musei, opera, balletti e circhi – per visitare le case degli ebrei a rischio e le famiglie di coloro che stavano in prigione. E lo fecero a proprio rischio e pericolo. Molti importavano di contrabbando medicinali, vestiti, stampe, oggetti religiosi o semplicemente messaggi dall’estero. Il loro scopo era assicurare che nessun ebreo si sentisse da solo e che il Cremlino capisse che il destino di ogni ebreo determinato a partire era una fonte di preoccupazione fuori del paese.

Lezioni di azione. In Unione Sovietica furono tentate dimostrazioni, petizioni, scioperi della fame, lettere aperte e adunate in luoghi simbolici. Operazioni non facili da portare avanti e che spesso avevano vita breve ma, con la cooperazione di alcuni comprensivi giornalisti stranieri di stanza a Mosca e di alcuni diplomatici, il concetto forò la Cortina di Ferro. A dispetto dei persistenti sforzi sovietici, e sebbene questo accadesse nell’era pre-Internet, il regime riuscì a celare pochi segreti al mondo. Le azioni disperate degli ebrei sovietici per sottolineare il loro impegno catturarono l’attenzione di molti. A turno, nelle città occidentali, furono intraprese azioni anche per drammatizzare - ed umanizzare - il problema degli ebrei sovietici. Si celebrarono Bar e Bat Mitzvah in gemellaggio con gli adolescenti ebrei sovietici non in grado di avere il loro rito religioso di passaggio, si indossarono braccialetti coi nomi di prigionieri e di refuseniks, si posero grandi cartelli sui prati di molte sinagoghe, e poi ancora vi furono decisioni congressuali, dimostrazioni, appelli a governi e corpi internazionali e un’attività mediatica quotidiana. Infatti, da citare quale lodabile esempio, proprio di fronte all’Ambasciata sovietica a Washington, ci fu una veglia di ebrei sovietici ogni giorno ad ora di pranzo, con la pioggia o col sole splendente, per vent’anni di seguito! Potevano provarci, ma i diplomatici sovietici non potevano sfuggire il problema.

Lezioni di perseveranza. Gli stati totalitari sperano che i loro avversari militanti per i diritti umani – in questo caso, attivisti ebrei sovietici ed i loro sostenitori all’estero – abbandonino e gettino la spugna, di fronte ad un irremovibile muro di resistenza. Ma accadde l’opposto. Più dura era la risposta sovietica, più decisi erano i suoi avversari, il cui numero crebbe negli anni. E se Mosca contava sull’insorgere della stanchezza tra i sostenitori esterni, fece male i suoi calcoli. Le fila del movimento degli ebrei sovietici negli Stati Uniti ed altrove aumentò col tempo. C’era una ben fondata comprensione di quello che era in ballo in questa lotta. E, come si vede, in questo confronto muro contro muro, il Cremlino cedette per primo. Un manipolo di moderni Maccabei ed i loro sostenitori sfidarono la nazione più dispotica e potente sulla terra e, nonostante l’uso dei terribili strumenti a disposizione di quello stato, prevalsero i primi. Una nazione che aveva cancellato la parola “emigrazione” dal suo vocabolario – poiché era implicito che nel “paradiso dei lavoratori” nessuno avrebbe mai potuto desiderare di andare via – fu costretta ad aprire i cancelli.

Lezioni di speranza. I primi ebrei sovietici che lottarono per il diritto di partire per Israele, crederono realmente che gli sarebbe stato accordato? Chi, nel 1967, avrebbe potuto immaginare che, 25 anni dopo, non solo centinaia di migliaia di ebrei avrebbero lasciato l’URSS per una nuova vita, principalmente in Israele, ma che la stessa Unione sovietica avrebbe cessato di esistere? Era possibile allora prevedere la rinascita di una vita ebraica sul suolo di quella che sarebbe divenuta l’ex Unione sovietica? Poteva Natan Sharansky che, insieme con Nelson Mandela, divenne il prigioniero politico più famoso del mondo, e che passò nove anni nei Gulag, vedersi un giorno membro del Parlamento israeliano? E poteva essere previsto l’arrivo di un milione di ebrei sovietici in Israele, con tutta la loro passione ed il loro talento, e la spinta alla vita ebraica che la stessa immigrazione ha apportato a Stati Uniti, Canada, Australia e Germania? In realtà, la risposta a queste domande è che alcuni credenti, molto pochi, vi furono anche nei giorni più bui. Essi non abbandonarono mai la fede, mai soccombettero alla disperazione, mai rinunciarono a elaborare strategie e difese, e mai cessarono di sognare che un giorno i milioni di ebrei intrappolati dietro la Cortina di Ferro si sarebbero riuniti al popolo ebraico. La loro speranza trionfò.

Contro tutte le avversità, il movimento degli ebrei sovietici ce la fece. Nel processo, ripide montagne furono scalate, larghi fiumi furono guadati. La politica sovietica di genocidio culturale lasciò il posto ad una di rinascita culturale post-sovietica. L’indomabilità dello spirito ebraico fu rivelato ancora una volta.

Possa questo capitolo della storia ebraica servire da fonte di inspirazione per tutti i giovani che vivono in un mondo pieno di sfide, dove, sì, fede, coraggio, comunità, azione, perseveranza e speranza contano oggi non meno che ieri.

Trad. di Carmine Monaco
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