Appello al Presidente del Brasile Ignazio da Silva "Caro Lula, non riceva il presidente iraniano Ahymadinejad"

L'Opinione - di David Harris
7 Novembre 2009

07 Novembre 2009 - Esteri

Caro Presidente Lula, le scrissi la primavera scorsa, profondamente preoccupato per la visita del presidente Mahmoud Ahmadinejad a Brasilia, allora programmata per il 6 maggio. Fortunatamente, quella visita non ebbe luogo. Tristemente, è ora programmata per il mese prossimo. Signor Presidente, per favore, riconsideri la questione. Lei è un leader politico largamente ammirato. Il Brasile, sotto la Sua guida, è emerso rapidamente sulla scena mondiale, e cito le Sue parole, come un “cittadino di prima categoria” della comunità internazionale. Perché dovrebbe voler riversare il Suo considerevole prestigio su Ahmadinejad, che insistentemente lo chiede ma che certamente non lo merita? E perché il Brasile, oggi un bastione dei valori democratici, dovrebbe cercare legami più stretti con l’Iran, il suo esatto opposto? Signor Presidente, Lei parlò con grande passione alcune settimane fa all’Onu sul genere di mondo che intende costruire. Lei fece appello alla tutela e all’allargamento dei diritti umani. Sotto l’attuale regime, l’Iran ha calpestato i diritti umani flagrantemente, brutalmente, ripetutamente. Lei appoggiò il disarmo e la non-proliferazione delle armi nucleari. Sotto l’attuale regime, l’Iran si sta armando rapidamente e sta violando le decisioni vincolanti del Consiglio di Sicurezza dell’Onu e gli orientamenti dell’Agenzia Internazionale dell’Energia Atomica sulla proliferazione nucleare. Lei fece appello affinché si combattesse il terrorismo “senza stigmatizzare gruppi etnici e religioni”. Sotto l’attuale regime, l’Iran promuove attivamente e finanzia il terrorismo e ha designato come bersaglio specifici gruppi etnici e religioni, incluso la comunità ebraica nel Suo territorio, in Sud America. E Lei illustrò la Sua visione di una soluzione di due Stati, un stato palestinese accanto ad Israele. Sotto l’attuale regime, l’Iran cerca un mondo senza Israele, puro e semplice. In altre parole, Signor Presidente, non solo l’Iran non condivide le Sue visioni fondamentali, ma attivamente vi si oppone. Lei forse asserirà che il dialogo tra le nazioni può cambiare le cose. A volte, sì, certamente. Ma molti hanno già provato qualche forma di dialogo con l’Iran, ognuno sostenendo di poter trovare la chiave per annunziare un’era nuova e promettente nei rapporti con Teheran. I risultati provano il contrario. I leader iraniani hanno solamente indurito le loro posizioni nel corso degli anni, mentre cercano di sfruttare ogni opportunità diplomatica e commerciale che venga loro offerta nel corso delle loro visite alle capitali, da Ankara a Mosca, da Kuala Lumpur a Nuova Delhi. Ora, come Lei sa, c’è un dialogo nuovo con l’Iran, ma questa volta dovrebbe essere diverso.

Lo scorso mese, i rappresentanti di sei nazioni, i membri permanenti del Consiglio di Sicurezza più la Germania, si sono incontrati con i diplomatici iraniani per dir loro che la pazienza sta rapidamente volgendo al termine, riguardo al fin troppo familiare espediente di Teheran di opporre dinieghi e falsità riguardo al suo programma nucleare. Per ora, almeno, questi colloqui contengono la migliore speranza che l’Iran si distolga dal suo pericoloso corso. Qual è il bisogno di ospitare il presidente Ahmadinejad, quando l’effetto, comunque non intenzionale, potrebbe essere di complicare ulteriormente i negoziati? Signor Presidente, la primavera scorsa, quando le scrissi, il caso dell’Iran di Ahmadinejad si faceva già stringete. Nei mesi successivi lo è divenuto ancora di più. Consideri le elezioni del 12 giugno in Iran. È chiaro che ci sono stati pesanti brogli e alterazioni del voto, con la conseguenza che migliaia di iraniani sono scesi in strada a protestare e sono stati arrestati, picchiati, torturati e uccisi. Ricordi l’assassinio di Neda Agha-Soltan, il simbolo della violenza del regime contro il suo stesso popolo. Consideri il destino di sette leader bahai, membri di una comunità perseguitata a lungo, arrestati con false accuse e messi di fronte alla pena di morte. Il processo è fissato per questo mese, essendo stato posticipato nell’agosto scorso, quando il loro avvocato fu gettato in prigione dopo le elezioni. Consideri l’odioso discorso di Ahmadinejad del 18 settembre, il giorno di Al-Quds, in cui ancora una volta ha definito l’Olocausto un’invenzione. Consideri i suoi commenti all’Onu, fatti alcuni giorni più tardi, nei quali accusò gli ebrei di ogni genere di crimini nefandi, causando l’abbandono dell’Assemblea Generale da parte di molte delegazioni europee e latinoamericane, sebbene, dolorosamente, Signor President, non del Suo paese. Consideri gli strombazzati lanci dei missili iraniani Shahab-3 e Sejil-2 dello stesso mese. Sono questi simboli dell’impegno dell’Iran ad una coesistenza pacifica coi suoi vicini? E poi c’è, chiaramente, la questione della centrale di Qom. Nonostante lo sforzo dell’Iran di deviare l’attenzione dalla sua installazione segreta di arricchimento dell’uranio, è chiaro che l’Iran è stato preso in flagrante menzogna. Quante altre installazioni segrete è probabile che vi siano in Iran? E qual è il loro scopo se non quello di far avanzare la capacità dell’Iran di produrre un’arma nucleare? Signor Presidente, faccia la cosa giusta. Nell’interesse del Suo impegno a difesa dei diritti umani e dei valori democratici, faccia la cosa giusta. Nell’interesse del Suo impegno a favore della non-proliferazione e della coesistenza pacifica, faccia la cosa giusta. Nell’interesse dei coraggiosi iraniani che hanno rischiato le loro vite, in molti casi pagato con le loro vite, per denunciare gli abusi di potere del loro regime, faccia la cosa giusta. Nell’interesse di tutti quelli in Brasile e altrove, oltraggiati dal trattamento che l’Iran riserva a donne, omosessuali, minoranze religiose, giornalisti indipendenti, attivisti studenteschi ed organizzatori sindacali, faccia la cosa giusta. Nell’interesse della coscienza del Brasile e dell’esempio che offre al mondo, faccia la cosa giusta. Oppure, il mese prossimo, ci saranno il tappeto rosso, la mano tesa, il sorriso cattivante, il caldo abbraccio, gli accordi firmati e la promessa di legami più stretti con questo Iran? Signor Presidente, mentre c’è ancora tempo, io La esorto a ripensarci – e a fare la cosa giusta.

Trad. it. di Carmine Monaco

Copyright 2014/2015 AJC