Hamas, la minaccia ignorata

L'Opinione - di David Harris
8.4.2008

C’è quella storiella della madre convinta che il suo bambino prodigio di cinque anni debba ricevere un’ottima istruzione perché un giorno l’avrebbe mandato in una prestigiosa università. Così la donna decide di pomparlo con nuove parole dal vocabolario ogni giorno. Quando il piccolo Carlo torna a casa dalla scuola, sua madre prontamente gli chiede: “Carlo, qual è la differenza tra l’ignoranza e l’indifferenza?” Al che lui, totalmente disinteressato all’esercizio, scrolla le spalle e mormora: “Non lo so e non me ne curo”. A volte, questo è il messaggio che ricevo dal mondo su Hamas. E’ come se ci fosse un’ignoranza, forse un’ignoranza ostinata, circa quello che realmente vuol dire Hamas, che domina Gaza. Hamas fu creato nel 1988. Il suo fondamento ideologico risiede nella Fratellanza Musulmana. La sua Carta costitutiva parla chiaro. Il suo scopo è la distruzione di Israele e la sua sostituzione con uno stato islamico. E’ stato definito un gruppo terrorista dall’Unione Europea e dagli Stati Uniti.

Ci sono alcuni in Occidente che scelgono di credere altrimenti. Henry Siegman, del Consiglio delle Relazioni Estere, rappresenta questa prospettiva. Sul Financial Times del 14 settembre 2006, Siegman affermò che Hamas avrebbe accettato Israele nei confini del 1967, citando una presunta dichiarazione di un portavoce di Hamas. Siegman è ritornato sull’argomento in un lettera aperta sull’International Herald Tribune ai primi di marzo 2008. Nel presentare queste posizioni, Siegman ed il Financial Times scelgono convenientemente di ignorare le montagne di prove contrarie che evidenziano l’immutata agenda di Hamas. Forse quei fatti sono troppo sconvenienti per prenderli in considerazione. Cominciamo con la Carta costitutiva di Hamas, o Patto, la quale contiene bocconcini succulenti, quali: “Israele, per il suo essere stato ebraico e di avere una popolazione ebraica, sfida l’Islam e i musulmani. Lascia che gli occhi dei codardi non si addormentino”. Oppure: “Israele sorgerà e rimarrà eretto finché l’Islam l’avrà eliminato come ha eliminato i suoi predecessori”.

Oppure: “Il tempo non verrà finché i musulmani non lotteranno contro gli ebrei [e li uccideranno]; finché gli ebrei si nasconderanno dietro le rocce e gli alberi, e questi grideranno: Oh Musulmano! C’è un ebreo che si nasconde dietro di me, vieni e uccidilo!”. O ancora: “Allah è il suo obiettivo, il Profeta è il suo modello, il Corano la sua costituzione: il Jihad è il suo percorso e la morte alla ricerca di Allah è il più alto dei suoi desideri”. E per buona misura, il Patto di Hamas utilizza anche gli infami Protocolli dei Savi anziani di Sion con un linguaggio quale: “Loro [gli ebrei] stettero dietro le Rivoluzioni francese e comunista e dietro la maggior parte delle rivoluzioni di cui abbiamo udito qua e là. Loro usano i soldi per fondare organizzazioni clandestine che stanno spargendo in tutto il mondo per distruggere le società e perseguire gli interessi sionisti”.

Si considerino queste parole di Khaled Mashaal, il principale leader di Hamas, che vive a Damasco: “Oggi, la nazione araba ed islamica sta sorgendo e si sta svegliando, e giungerà alla sua vetta, Allah lo voglia... riguadagnerà il comando del mondo. Allah lo voglia, quel giorno non è lontano”. “Noi diciamo all’Occidente, che non agisce ragionevolmente e che non impara le sue lezioni: da Allah, voi sarete sconfitti”. Mashaal è solo nelle sue visioni? Neanche un po’. Nel novembre 2007, nel sessantesimo anniversario della decisione dell’ONU di ripartire la Palestina mandataria in due stati, uno arabo e uno ebraico, Hamas ha dichiarato ufficialmente: “La Palestina è terra islamica e araba dal fiume al mare, incluso Gerusalemme. Non c’è posto in essa per gli ebrei”. E così via di seguito. Ma quello che risulta più minaccioso è l’abbinamento delle parole ai fatti. Come testimonia il quotidiano furioso lancio di razzi dalla striscia di Gaza, sotto il controllo di Hamas, verso Israele.

A questo punto, vedere Hamas come un gruppo che combatte per nulla più del ritorno di Israele ai confini del 1967 − oppure come un partner affidabile per i negoziati di pace − sforza la credulità ben oltre il punto di rottura. Le implicazioni del conflitto non sono solo regionali ma globali. Ricordiamo che la visione del mondo di Hamas si estende ben oltre Israele e gli ebrei. Essa mira alla dominazione islamica globale e alla restaurazione del califfato, rifiuta tutti i valori occidentali e ripudia anche i più elementari diritti umani, come la libertà di opinione e la libertà di religione. I suoi degni compari sono Iran, Siria, Hezbollah e Jihad islamico.

Si chieda ai giornalisti dell’impegno di Hamas per la libertà di espressione, dopo la chiusura della sezione di Gaza dell’Unione dei Giornalisti palestinesi e l’attuale rifiuto di permettere ai reporter stranieri e ai fotografi di operare senza i suoi severi controlli. Si chieda alla piccola comunità cristiana in Gaza che cosa è la vita sotto la dominazione di Hamas. O lo si chieda alle donne che aspirano alla libertà e all’uguaglianza. Oppure lo si chieda ai sostenitori di Fatah in Gaza, come Muhammad Swairki, un cuoco della guardia presidenziale di Mahmoud Abbas al quale, secondo il Deutsche Press-Agentur, gli uomini di Hamas spararono nelle ginocchia e poi lo gettarono giù dal tetto di un edificio di quindici piani.

L’ignoranza e l’indifferenza possono costituire vie di fuga molto attraenti, ma non risolvono il problema. Al contrario, queste l’esacerbano solamente, creando pensieri illusori. Israele oggi affronta una situazione unica. Confina con uno stato separatista che è guidato da un gruppo che fa appello apertamente alla sua distruzione, tentando in ogni modo possibile di importare di contrabbando armi e fondi da padroni come l’Iran, ed usando allegramente i civili come scudi umani. Hamas sta cercando di mettere Israele in una posizione indifendibile. Se Israele non entra in Gaza, le vite dei civili israeliani saranno messe a rischio dai ripetuti attacchi di razzi e mortai. Se Israele entra in Gaza, i soliti sospetti della comunità internazionale, incluso il Consiglio dei diritti umani dell’ONU e di alcuni editorialisti, gli faranno accumulare indubbiamente pile di condanne delle “azioni israeliane”. Condanne che non terranno nel minimo conto le gravi sfide che Israele affronterebbe nel condurre una effettiva guerra urbana, riducendo al minimo le vittime civili e concependo una strategia di uscita da un territorio che non vuole controllare. Non ci può essere una risposta facile per Israele, ma ignorare o glissare sulla vera natura di Hamas − o cercare di reinventarlo a distanza come un incompreso ma affidabile partner per un negoziato − non è il modo migliore di procedere.

Direttore dell’American Jewish Committee

(traduzione in italiano a cura di Carmine Monaco)
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