Choudhury, il coraggio di scrivere

L'Opinione - di David Harris
22.8.2007

Incontro con il giornalista sotto processo in Bangladesh, accusato di sostenere Israele


Choudhury, il coraggio di scrivere
Dal 17 agosto scorso è ricominciato il processo al giornalista che difende Israele

di David Harris


Trenta anni fa, Elena Bonner, la prominente attivista sovietica per i diritti umani e moglie del leggendario Andrei Sakharov, era seduta nel mio ufficio di Roma. Stava accompagnando la famiglia di sua figlia in Italia, la loro prima fermata lungo il viaggio di emigrazione che li avrebbe poi portati a Boston. Ma la signora Bonner non sarebbe andata più lontano di Roma, poi sarebbe tornata in Unione sovietica. Quando io le chiesi come poteva ritornare sotto la repressione che lei e suo marito stavano sopportando, mi guardò come se la domanda fosse insensata. Il suo posto, mi disse, era a casa sua, non in Occidente. Era lì che c’era da lottare ed era lì che della sua voce si aveva bisogno. Lei e suo marito avrebbero affrontato qualunque prova ideata dal Cremlino, perché la posta in gioco rendeva ogni sforzo necessario. Ho ripensato ad Elena Bonner quando Salah Uddin Shoaib Choudhury, un auto-proclamatosi “musulmano-sionista” del Bangladesh, ha parlato davanti ad una platea dell’American Jewish Committee a New York la settimana scorsa. Sorprendentemente, dopo che per anni gli è stato impedito di viaggiare all'estero, aveva avuto il permesso di venire negli Stati Uniti per una settimana. Ma dopo, sarebbe dovuto ritornare a Dhaka e ai suoi pericoli.

Choudhury, editore e redattore di un settimanale di lingua inglese, è stato accusato di tradimento, sedizione e bestemmia. I suoi crimini? Difesa delle relazioni tra Bangladesh e Israele, promozione del rispetto e della tolleranza interreligiosa e denuncia del radicalismo islamico. Per queste trasgressioni potrebbe essere condannato a morte. Finora è già stato imprigionato, posto in isolamento e torturato, mentre gli uffici del suo giornale sono stati fatti esplodere due volte. Nel maggio del 2006, l’AJC invitò Choudhury a Washington per ricevere il nostro Premio al Coraggio Morale. Lo stesso premio prima fu dato ad Ayaan Hirsi Ali, l'attivista dei diritti umani nata in Somalia ed ex parlamentare olandese, e Mithal al-Alusi, il parlamentare iracheno che fece appello per stabilire relazioni con Israele, e che per quel "crimine" subì l'assassinio dei suoi due figli. In quell’occasione a Choudhury non fu permesso di uscire dal Bangladesh e fu costretto a registrare un video che fu poi mostrato alle 1.000 persone presenti in sala. Ma questa volta è stato in mezzo a noi. Perché gli hanno permesso di partire?

Choudhury ritiene che il governo volesse promuovere la sua buona immagine o forse sperava che non avesse fatto ritorno. "Quando alcuni membri del governo mi hanno visto andare via", ci ha confidato, con un scintillio negli occhi, "scommetto che hanno detto: “Bene, un mal di testa in meno.” Poi ha aggiunto: “Ma quando domenica ritornerò, spero che gli raddoppi il mal di testa.” Choudhury, che, incredibilmente si comporta come se non avesse niente di cui preoccuparsi, insiste che il suo posto è in Bangladesh, uno dei paesi musulmani più popolosi del mondo. "Dovremmo semplicemente ritirarci o arrenderci? Noi dobbiamo lottare. Noi dobbiamo vincere la battaglia nel Bangladesh stesso. Non mi piacciono quelle persone che parlano del laicismo e criticano i radicali, ma poi, alla prima opportunità, vanno a cercare asilo politico nei paesi occidentali, conducono una vita tranquilla e tengono delle grandi conferenze. Il problema è nel mio paese, ed io devo restare e combattere la battaglia. E noi dobbiamo vincere questa battaglia."

Le parole di Choudhury erano, per me, l’eco di quelle di Elena Bonner negli anni settanta. Io ricordo quante persone allora pensavano che lei e suo marito stavano semplicemente combattendo i mulini a vento. Ma questi attivisti sovietici per i diritti umani erano chiaramente sul lato giusto della storia. Come loro, Choudhury non soccombe alla disperazione e non si lascia sommergere dalle avversità. Lui asserisce che "le persone del Bangladesh non sono radicali, ma moderate. Ma le persone che ci controllano, le persone che ci governano, le persone che ci amministrano, sono estremamente radicali. Forze islamiche stanno guadagnando maggior potere ogni giorno - silenziosamente - sotto il patronato di fonti straniere, particolarmente dall'Arabia Saudita. Se qualcuno volesse costruire una scuola in Bangladesh, dovrebbe affrontare ogni genere di ostacolo burocratico. Ma se volesse costruire un madrassa, potrebbe farlo tranquillamente".

Infine ha rivolto un appello commovente al pubblico: "Per favore, unite la vostra voce alla nostra. Aiutateci ad essere più forti. Perché se resteremo in silenzio, sappiamo bene quale saranno le conseguenze; la storia ce l'ha insegnato. Noi dobbiamo diventare più forti. E quando saremo più forti, le forze dell’Islam integralista diverranno la minoranza che sono. Io sto aspettando ansiosamente un mondo in cui noi tutti eleviamo insieme la nostra voce e diciamo di no al jihad, no alla negazione dell’Olocausto, e no alla cultura dell’odio." Choudhury ora è di nuovo a casa. Il processo contro di lui è ricominciato il 17 agosto. Lui ha bisogno di noi. Non di meno, noi abbiamo bisogno di lui. Noi siamo insieme in questo sforzo, comunque disuguale sia la relazione. Dopo tutto, la sua vita è in pericolo, è sulla linea del fronte. Tutto ciò che lui chiede a noi, ai nostri governi ed istituzioni per i diritti umani, è la solidarietà. Possiamo fare niente di meno?

*Direttore esecutivo dell'American Jewish Committee, traduzione italiana a cura di Carmine Monaco

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