Trattare con Hamas? Impossibile

L'Opinione - di David Harris
21.8.2007

Trattare con Hamas? Impossibile
di David Harris


Negli ultimi giorni, molti osservatori del Medio Oriente hanno sentito la necessità di portare Hamas nel quadro delle trattative. Altrimenti, argomentano, ogni speranza di far avanzare le prospettive di pace è condannata a fallire. Tipici di questa linea di pensiero sono i commenti espressi dal generale Colin Powell, l’ex Segretario di Stato USA, su National Public Radio. Egli sostiene: “Io penso che si dovrebbe trovare il modo di parlare con Hamas... Loro non andranno via… io non credo che si possa semplicemente gettarli fuori nell'oscurità e tentare di trovare una soluzione ai problemi della regione, senza prendere in considerazione la posizione che Hamas ha nella comunità palestinese.” Più o meno nello stesso spirito, un editoriale del New York Times asserisce che “isolare ulteriormente” Hamas potrebbe significare guai.

Ed un membro anziano della Century Foundation scrive: “un processo, oggi, che escluda Hamas (allo stesso modo, ad esempio, dell’esclusione, di allora, dell’OLP a Madrid) è improbabile che produca sostenibilità, legittimità o sicurezza.” Riconosciamo una cosa: non ci sono risposte facili all’attuale situazione che Israele sta affrontando, non c’è un manuale di strategia in grado di guidarci attraverso l’attuale sfida multipla. Chiunque affermi il contrario sta vendendo “petrolio di serpente”. Nessuna opzione è indiscutibile o priva di rischi. E nessuno, non importa quanto “accreditato” nelle questioni del Medio Oriente, ha una media di battuta perfetta in profezie o ricette. Detto ciò, l'idea di trattare con Hamas, ora, non ha senso per me. La replica salace è che “uno negozia con il suo nemico”. A volte, questo è vero, ma certamente non sempre. È vero, soprattutto, quando una di queste tre condizioni prevale: o il nemico è vinto ed eleva la bandiera bianca; o si è sconfitti e si ha bisogno di una via d'uscita; o almeno una parte giunge alla conclusione che un accordo serve ai suoi interessi, e persuade l'altra parte della sua sincerità e della buona volontà di accordarsi a condizioni mutuamente accettabili.

Nessuna di queste condizioni sussiste attualmente. Al contrario, Hamas, seduto al posto del conducente a Gaza, mostra i suoi muscoli. Ha cacciato Fatah a tempo di record, spedendo la maggior parte dei suoi leader di corsa verso la West Bank.
Continua ad accumulare molti armi, seguendo l'esempio di Hezbollah in Libano. Ed il suo fervore ideologico - incluso i “libelli di sangue sulle TV palestinesi”, come dimostra il centro di informazione “Palestinian Media Watch” - non accenna a diminuire.
Nel frattempo, la comunità internazionale l'anno scorso ha stabilito gli orientamenti per trattare con Hamas. Ormai essi sono ben noti: riconoscimento del diritto di Israele ad esistere, rinuncia al terrorismo, riconoscimento dei precedenti accordi israeliano-palestinesi. Hamas ha rifiutato ripetutamente tutti e tre. Effettivamente, i suoi leader non potevano essere più chiari sull’argomento. Ma ci sono, come sempre, quelli che scelgono di non credergli, attribuendo invece le intenzioni più benigne al gruppo terroristico.

Quando Hamas arrivò al potere nel 2006, dopo che Egitto, Israele e l’Autorità palestinese non riuscirono a persuadere gli Stati Uniti a tenere il movimento non-democratico fuori da un'elezione democratica, la stessa corrente di pensiero affermò che il bisogno di raccogliere immondizia e mantenere in efficienza le strade avrebbe inevitabilmente moderato il gruppo. Sì, come no!
Altri citano le offerte di Hamas di una hudna, una tregua provvisoria, come punto iniziale per una trattativa. Ma tale offerta, dovrebbe essere chiaro, è semplicemente un mezzo per Hamas per guadagnare tempo per cementare ulteriormente la sua presa su Gaza, accumulare più armi, addestrare uomini e sviluppare fabbriche di armi, scavare tunnel per il contrabbando e fortificare i centri di comando e controllo — tutto questo mentre a Israele viene richiesto di nuovo di sedersi e “rispettare” la tregua.
Perché ritrattare i tre criteri ora? Questo spedirebbe solamente un messaggio chiaro di debolezza e di incertezza, che essenzialmente direbbe ad Hamas che il tempo è dalla sua parte. Ed emarginerebbe quelli che all'interno della società palestinese si oppongono ad Hamas. Non era nessuno altro che il Presidente dell’Autorità palestinese Mahmoud Abbas, che, parlando di Hamas, ha detto: “Non c'è dialogo con quei terroristi assassini.”

Se Hamas vuole legittimazione, sa quello che deve fare. I criteri sono molto ragionevoli e non dovrebbero essere ammorbiditi, pur se l'attuale situazione può sembrare a molti poco sostenibile. Nel frattempo, è compito dell’Egitto cercare di assicurarsi che Hamas non tragga profitto dai suoi confini porosi o da guardie di confine distratte. Dopo tutto, anche Il Cairo è sfidato dall'ascesa di Hamas. Hamas, deve essere ricordato, è una diretta emanazione della Fratellanza musulmana. Israele sta cercando di lavorare con il Presidente Abbas per dimostrare che i progressi nella West Bank, sotto il suo comando, possono essere davvero raggiunti. Data la storia dell’Autorità palestinese e la recente performance di Fatah, ci sono preoccupazioni legittime sulla loro capacità – ed impegno – di farcela. Ma, alla luce delle sgradevoli alternative, è un rischio che vale la pena correre. La logica è ovvia. Sostenere la West Bank e mostrare un progresso tangibile sul terreno, sosterrà le fazioni palestinesi meno estremiste e spedirà un messaggio potente agli abitanti di Gaza sul fatto che Hamas li sta conducendo solamente ad isolamento e stagnazione.

Se questa logica funzionerà (comunque, il nostro pensiero cartesiano però, non funziona sempre in Medio Oriente) rimane da vedere. Ma merita un tentativo, fintanto che la comunità internazionale mantiene il suo rigido controllo, diversamente dal passato, ad evitare qualsiasi diversione di fondi, incoraggiamento o incitamento al terrore. Io non posso immaginare che il Generale Powell possa aver pensato anche solo per un momento di considerare una trattativa con al-Qaeda dopo l’11 Settembre, ed io non ricordo alcun leader della Nato che esorti a negoziati con i talebani in Afghanistan. Infatti, questo sarebbe impensabile. Nello stesso spirito, non ha alcun senso per Israele - o per chiunque sia impegnato alla ricerca di pace e coesistenza – il sedersi con un gruppo la cui carta costitutiva richiama apertamente ed imperturbabilmente alla distruzione di Israele e all'assassinio degli ebrei. Quale sarebbe l'agenda? I tempi e le modalità di realizzare ambo le mete? Grazie, ma no, grazie!

*Direttore esecutivo dell'American Jewish Committee, traduzione italiana a cura di Carmine Monaco

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