L'Unita - David Harris Interview

L'Unita - di Umberto De Giovannangeli
30.1.2007

«Ha ragione Olmert, possiamo trattare con Fatah non con Hamas»
 
Il direttore esecutivo dell’American Jewish Committee: è vero che la pace si fa tra nemici ma sbaglia Colin Powell quando include il movimento islamico.
 
La comunità internazionale e il conflitto israelo-palestinese. La polemica su Hamas. I rapporti con lo Stato ebraico. Sono i temi scottanti al centro dell'intervista esclusiva concessa a l'Unità da David H. Harris, Direttore esecutivo dell’American Jewish Committee.

Un negoziato di pace lo si intavola col nemico. Ad affermarlo per primo fu l'eroe della guerra di sei giorni: Moshe Dayan. È un assunto che vale anche oggi, e per Hamas?

« Come principio, si: la pace si fa tra nemici. Ed è successo proprio così quando Israele si è seduta al tavolo dei negoziati, prima con l'Egitto e poi con la Giordania e hanno firmato i trattati di pace. Ma questa teoria non è sempre applicabile. Nei casi dell'Egitto e della Giordania, la scelta strategica dei leader di ambedue questi Stati è stata la via della pace con Israele. I segnali non lasciavano dubbi. Lei cita Moshe Dayan - ma lui non aveva chiesto di incontrare l'Olp negli anni settanta quando stava al governo, perché allora l'Olp, come gruppo terroristico, non aveva dato nessun segno di un loro desiderio di arrivare ad un compromesso storico con Israele, così come oggi non lo ha dato ne Hamas, Hezbollah e tanto meno la Jihad islamica. Con chiarezza inequivocabile questi tre gruppi si stanno appellando all'annientamento di Israele. Cosa c'e' da discutere? La data della sua distruzione? A proposito, è per la stessa ragione che non vediamo nessun' stato membro della Nato in fila per negoziare con i talebani in Afghanistan. I talebani odiano tutti i valori fondamentali su cui si basano i governi degli stati della Nato, e dunque non esistono i presupposti per ritenerli partner credibili».

Per contrastare il fenomeno dell'Islam radicale armato occorre conoscerlo. Da questo punto di vista, Lei ritiene che movimenti con forte radicamento popolare come Hamas e Hezbollah possano essere considerati alla stessa stregua di Al Qaeda?

«Alcuni nell'Occidente cercano di ripulire l'immagine di Hamas e Hezbollah rappresentandoli come forze potenzialmente moderati. L'unica problema è che non lo sono, e i loro leader non fanno nessuno sforzo per nascondere la loro agenda. Leggete i manifesti di tutti e due i gruppi. Quei manifesti la dicono tutta. La radice della loro ideologia è un fanatismo teologico, e loro cercano attraverso la violenza e il terrore di realizzare il loro scopo fuorviante. Sono strettamente legati ad Iran e alla rete mondiale del Jihad. Se i sistemi democratici permetteranno loro di avanzare anche attraverso le urne, come è successo con i nazisti ed altri gruppi estremisti prima di loro, approfitteranno dello spazio offerto da queste opportunità. L'Unione Europa aveva ragione ad includere Hamas nel suo elenco dei gruppi terroristici, a fianco ad Al Qaeda. Ma purtroppo una Ue divisa non è riuscita finora at inserire Hezbollah in quell'elenco. Spero che prossimamente questo sarà rivisto. O Hezbollah è un partito politico che segue le regole della democrazia, oppure non lo è! Ma non può essere un partito politico e allo stesso momento anche un gruppo terroristico armato che ha sulle mani il sangue di diversi cittadini francesi, americani, argentini ed altri, e mentre si pone inoltre come eventuale minaccia alle forze Unifil in Libano».
Israele, Usa, Ue, si sono schierati a fianco di Abu Mazen. Le chiedo: favorire una ricomposizione tra Fatah e Hamas come indica il presidente egiziano Mubarak, è un aiuto o no ad Abu Mazen?

«Non illudiamoci: senza dubbio, Fatah non è una compagnia di tutti santi. Ma nel confronto fra Fatah e Hamas, tutti noi che abbiamo a cuore la pace, dobbiamo impegnarci per arrivare ad un buon esito. Dobbiamo tentare di lavorare con Fatah, cosa che sta facendo attualmente Ehud Olmert, il primo ministro di Israele - anche se bisognerà monitorare attentamente le loro azioni e le loro spese. Non possiamo più permetterci di ignorare - come é successo nel passato - un possibile ripetersi di atti di terrorismo, di incitamento e della deviazione dei fondi della Ue. Qui, Tony Blair, nella sua nuova veste di inviato speciale del Quartetto, può avere un ruolo importante. Il suo compito è quello di aiutare i palestinesi a sviluppare le infrastrutture (per ora in Cisgiordania): una sfida grossa ma essenziale se ci prefissiamo la soluzione dei due Stati. Una mancata responsabilizzazione dei palestinesi come praticata in passato non funziona, e questo ci dovrebbe risultare più che evidente. Creare delle aspettative più alte e aiutare i palestinesi a realizzarli: questo dobbiamo fare. E potremmo chiederci qual è l'incentivo per avere la cooperazione di Fatah?

Chiaramente la realizzazione di uno Stato palestinese, un progetto già appoggiato da Israele. Qualche mese fa l'Arabia Saudita ha cercato di mediare un accordo fra Fatah e Hamas. Guardate il risultato - violenze inaudite seguite dal golpe di Hamas in Gaza. Quelli che vorrebbero rafforzare le forze palestinesi più moderati si illudano se pensano di poter condizionare Hamas. Succederà il contrario. Sarà loro che risulteranno condizionati. Certo, è difficile lasciare che Gaza si deteriori e si trasformi in un Hamastan, ma è il popolo che deve rendersi conto che le azioni portano a conseguenze. Forse riusciranno a capire il punto essenziale: che sono loro stessi i fautori del proprio isolamento e che per porre fine, anche se molto difficile, devono scegliere una politica diversa».

«Il Quartetto non può ignorare la presenza di Hamas in Medio Oriente». E ancora, «Non credo che si possa cercare una soluzione ai problemi della regione senza tenere conto del ruolo che Hamas ricopre nella comunità palestinese...hanno vinto delle elezioni che noi abbiamo insistito che si tenessero.» Sono parole dell'ex segretario di Stato Usa Colin Powell.

«Nutro grandissimo rispetto per il generale Powell, ma in questo caso non mi trovo d'accordo con lui. È importante innanzitutto ricordare che i leader dell'Egitto, di Israele e dell'Autorità Palestinese hanno tutti chiesto esortato agli Stati Uniti di non includere Hamas nelle elezioni di gennaio, 2006. Avevano capito il pericolo posto dal permettere un partito non democratico a concorrere in una elezione democratica. Sfortunatamente questi appelli sono stati ignorati, un dato di fatto che ha contribuito a creare la situazione attuale. Poi ricordiamoci che il Quartetto ha stabilito 3 condizioni preliminari necessari prima di potersi impegnare con Hamas. Sono condizioni molto ragionevoli: 1) riconoscere il diritto ad Israele di vivere, 2) rinunciare al terrore, e 3) accettare gli accordi precedenti fra Israele e i Palestinesi. Distanziarsi ora da queste condizioni manderebbe un messaggio di debolezza a Hamas, e contemporaneamente danneggerebbe i gruppi palestinesi più moderati. E per ultimo, é la storia come sempre, che ci può dare consigli sulla scelta di una linea guida. Quando i nazisti arrivarono al potere nel 1933 - addirittura attraverso le elezioni - c'era chi, come Winston Churchill ha notato, credeva che loro avrebbero moderato il loro estremismo ideologico e che "forse vivremo per vedere Hitler diventare una figura più gentile in un epoca più felice." Avevano sottovalutato la determinazione ideologica di Hitler e mancato di esaminare con serietà il suo manifesto esposto a tutti in "Mein Kampf". In questo pezzo di storia ci sono lezioni che non ci possiamo permettere di ignorare oggi quando dobbiamo confrontare il pericolo - molto reale - di una minaccia globale islamista».
(ha collaborato Lisa Palmieri-Billig)

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