L’atomica islamica è un pericolo vero

L'Opinione - di David Harris
6.7.2007


Prendere sul serio la minaccia di Teheran. Per tre ragioni fondamentali

Di tutti i problemi che fanno a gara nel tenermi sveglio la notte, la prospettiva di una bomba nucleare iraniana è in cima alla lista, di sicuro. Resto stupito da coloro che affermano, qualsiasi siano le loro ragioni, che un Iran nucleare è un scenario al limite accettabile: Ho sentito esporre questo punto di vista da alcuni parlamentari, leader religiosi ed ufficiali militari, soprattutto in Europa ma anche negli Stati Uniti, e viene espresso pubblicamente. E’ il caso del professor Stephen Walt dell'Università di Harvard e del professor John Mearsheimer dell'Università di Chicago che, incidentalmente, sono famosi perché ritengono che sia la “lobby israeliana” il vero nemico. Essi sostengono che: "Se Washington può convivere con una Unione Sovietica nucleare, una Cina nucleare o persino con una Corea del nord nucleare, allora può convivere con un Iran nucleare."

Ed è il caso anche del giornalista americano Ted Koppel: "Se l’Iran è fermo e determinato ad avere armi nucleari, che lo faccia pure. La fine dell’opposizione americana su questo problema aprirebbe la via ad una autentica normalizzazione dei rapporti tra i nostri due paesi." Di un membro del Congresso in Texas: "L’Iran non ha un'arma nucleare e non c'è nessuna evidenza che vi stia lavorando: sono solamente congetture." Dell’ex presidente francese Jacques Chirac, che riferendosi all’Iran (e tentando solo più tardi di prendere le distanze dal proprio commento) affermò: "Che abbia una o forse due bombe, non è molto pericoloso… Dove la lancerà, questa bomba? Su Israele? Non si alzerebbe di 200 metri nell'atmosfera prima che Tehran sia distrutta." Io suppongo che dovrei invidiarli. Dopo tutto, non sarebbe rassicurante credere che il programma nucleare iraniano non abbia alcuna credibilità, a dispetto del fallimento dell’intelligence in Iraq? O che un Iran dotato di armi nucleari si comporterebbe non diversamente? Da, per esempio, la Francia, Gran Bretagna, Cina o Russia? O che l’eventuale minaccia iraniana possa essere contenuta facilmente?

Ma tali visioni potrebbero essere miopi davvero, e forse persino fuorvianti. Tutti i principali servizi di intelligence sono d'accordo sul fatto che l’Iran è determinato a sfidare la volontà della comunità internazionale e ad arricchire l’uranio al grado di arma nucleare. Se c'è disaccordo, è solamente sulla tabella di marcia. Ma se si tratta di due anni o cinque, il giorno sta arrivando. E la storia dell'intelligence suggerisce che si tratta di una scienza imperfetta, a dire poco. Certo, può sovrastimare un problema, come nel caso dell'Iraq nel 2003 o come, negli anni Ottanta, sulla coesione nazionale e sulla forza dell'URSS. Ma può anche sottostimare o, peggio, ignorare completamente, i pericoli emergenti. Il Presidente Harry Truman scrisse nelle sue memorie che gli era stato riferito che l'Unione Sovietica non avrebbe fatto esplodere la sua prima bomba atomica fino al 1952; invece vi riuscì nel 1949. Il Generale Douglas MacArthur assicurò il Presidente Truman che la Cina non aveva alcuna intenzione di entrare nel conflitto coreano - e questa affermazione si dimostrò un errore madornale.

Israele fu chiaramente sorpreso a guardia bassa dall’attacco di Egitto e Siria del 1973. Più recentemente, gli organi di intelligence degli Stati Uniti, nonostante il loro accesso a livelli tecnologici prima inimmaginabili e ad un bilancio annuale valutato in decine di miliardi, furono colti di sorpresa dai test nucleari indiano e pachistano. E la nostra scarsissima capacità di fare fronte alle continue violazioni nucleari nord-coreane dell'accordo del 1994 non offrono molto per farci sentire rassicurati. Perché mai il mondo dovrebbe preoccuparsi tanto delle ambizioni nucleari dell’Iran? Ecco tre ragioni: Primo, esiste una chiara possibilità che l’Iran possa davvero lanciare una bomba nucleare o che la faccia utilizzare, in qualche modo, da uno dei suoi gruppi esecutori non ufficiali. Chi replica che l’Iran non farebbe ciò a causa delle conseguenze, dà per certo che vi siano delle conseguenze e che gli stessi leader iraniani siano convinti che la ritorsione nucleare sarebbe il risultato inevitabile. E dà per certo che all’Iran ciò importi.
A qualsiasi nazione guidata da un pensiero razionale, naturalmente importerebbe. Ma se fosse guidata da qualcosa altro, in questo caso una teologia ben definita, è probabile che non sia molto preoccupata da una ritorsione. Forse darebbe persino il benvenuto anche alla conflagrazione.

Si consideri la Guerra tra Iran e Iraq che durò dal 1980 al 1988. Come riportato in The New Republic, "[l'Ayatollah] Khomeini spedì i bambini iraniani, tra cui molti non avevano più di dodici anni, a combattere in prima linea. Là, essi marciarono in formazione attraverso i campi minati verso il nemico, pulendo il percorso coi loro corpi." Ognuno di essi portava una chiave di plastica che doveva servire “per aprire loro i cancelli del paradiso." Decine di migliaia di bambini, se non più, andarono a morire in questa maniera, mentre i loro genitori accettarono il "martirio" che scendeva su di loro, quando non ne gioirono. Si consideri ancora la fede del presidente iraniano nel principio sciita che la vera legge islamica potrà trionfare solamente dopo il ritorno del cosiddetto dodicesimo Imam, evento che sarà affrettato dal confronto tra le forze del "bene" e del "male".

Secondo, man mano che l’Iran si avvicinerà al suo obiettivo nucleare, inevitabilmente si scatenerà nella regione una spirale di proliferazione nucleare. È inimmaginabile che gli altri paesi siedano tranquilli e inattivi mentre va in fumo tutto il loro deterrente. Infatti, alcuni paesi hanno già messo in chiaro queste loro intenzioni . Una tale spirale nucleare in una regione così importante – e così pericolosamente instabile – potrebbe avere conseguenze devastanti a livello regionale ed oltre. E terzo, l'esperienza della Corea del Nord è un incisivo promemoria per noi del fatto che un paese non deve necessariamente usare armi nucleari (presumendo che le abbia, e Pyongjang è riuscito a convincere il mondo che le ha) per mostrare i muscoli e tenere la comunità internazionale a bada. Un Iran dotato di armi nucleari all'epicentro della regione del mondo strategicamente più vitale, seduto su gran parte delle riserve di petrolio del mondo e in grado di controllare lo Stretto di Hormuz attraverso il quale passano gran parte degli approvvigionamenti di petrolio del mondo, in una parola, è un incubo globale.

Ecco perché il mondo non può soccombere al compiacimento sulla questione nucleare iraniana, né rassegnarsi con fatalismo all'inevitabilità della bomba iraniana, o assumere per certo che un Iran nucleare si atterrebbe alle regole, per così dire, della Guerra Fredda, senza porre alcuna particolare minaccia all'ordine internazionale. Molto di più può essere fatto per aumentare la pressione diplomatica, politica, economica e finanziaria sull'Iran, allo scopo di cambiare l’attuale calcolo costi-benefici della corsa iraniana al nucleare. Il paese è vulnerabile alle pressioni esterne, data la sua forte dipendenza ai collegamenti esterni. La sua gente non è pronta ad accettare l’isolamento come una possibile conseguenza delle ambizioni bellicose dei suoi leader. Ma per avere una minima possibilità di successo, è necessario un incremento della cooperazione internazionale.

Si guardi alle recenti rivolte in Iran causate dal razionamento della benzina, una misura presa dal governo a causa del timore di nuove sanzioni. Questo è soltanto l'ultimo segnale di un paese che può essere meno coeso, meno unito, di quanto i suoi leader vogliano far credere al mondo. La corruzione rampante, l’elevata disoccupazione, la fuga di capitali, il dissenso politico e l’agitazione sociale contribuiscono a dipingere il quadro di una società che si fa sempre più teso. Forse non abbiamo in mano tutte le carte di questa straordinariamente complessa sfida, anzi, ma la nostra mano non è così debole - né quella dell’Iran così forte - come alcuni vorrebbero farci credere. Fra le due ipotesi estremi su come affrontare la questione dell’Iran nucleare - un attacco militare oppure semplicemente gettare la spugna - esiste una vasta gamma di scelte di azioni che ancora non sono stati pienamente considerate o esplorate.


Direttore dell'American Jewish Committee, traduzione in Italiano a cura di Carmine Mona

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