Iran, nuove sanzioni per fermare l’atomica

L'Opinione - di David Harris
20.6.2007

Colpire nel portafoglio è l’unico sistema. E il successo dipende molto dall’Europa

L’Iran non rinuncia alla capacità di costruire le armi nucleari. Contrariamente al dibattito sull’Iraq nei mesi precedenti la guerra del 2003, oggi le grandi potenze concordano in un giudizio comune intorno alle ambizioni iraniane. Il disaccordo sta semmai nelle previsioni e sui tempi necessari per la loro attuazione. Da notare positivamente: le grandi potenze concordano anche sul fatto che non bisogna permettere all’Iran di realizzare questi traguardi. Concordano che un Iran con armi nucleari rappresenterebbe una minaccia seria alla sicurezza regionale e globale. Anche se i leader iraniani hanno ripetutamente dichiarato il loro desiderio di vivere in un mondo senza Israele – una minaccia a cui si deve credere sulla parola – il pericolo non si esaurisce qui. E’ importante che gli amici di Israele capiscano questo proposito fondamentale. Immaginiamo per un attimo un Iran dotato di armi nucleari. I paesi vicini all’Iran potrebbero ignorare questa situazione? Fondamentalmente sarebbero costretti ad agire in due modi.

Potrebbero iniziare a dotarsi di proprie armi nucleari (o a chiedere protezione sotto l’ombrello statunitense) per creare un equilibrio di potere, scelta questa che, a sua volta, spingerebbe ad una nuova corsa agli armamenti e aumenterebbe la possibilità di una guerra. Oppure dovrebbero piegarsi ad un Iran strafottente e potente che affermerebbe così la sua egemonia regionale. Dato che già adesso la lunga mano dell’Iran arriva fino alla Siria, alla maggioranza shiita in Iraq, Hezbollah, Hamas e la Jihad islamica, non si può che inorridire pensando a fin dove possa arrivare in futuro. Giusto per ribadire una verità penosamente ovvia: nessuna delle due alternative servirebbe agli interessi del Medio Oriente, e nemmeno alle grande potenze che capiscono l’importanza vitale rappresentata da questa regione per la propria sicurezza, benessere e interessi economici. Mentre vengono installate sempre nuove centrifughe iraniane, cosa si può fare? Alcuni hanno gettato la spugna, sostenendo che ormai è troppo tardi. L’Iran ha già oltrepassato il punto di non ritorno, dicono, e non c’è più niente da fare, perché niente lo può fermare. Sembra che questa sia l’opinione del dottor Mohammed El Baradei, direttore generale dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica a Vienna. Questo è inaccettabile.

La comunità internazionale non può semplicemente rinunciare alle sue responsabilità, dichiarandosi impotente, mentre sa benissimo quali siano le conseguenze disastrose e nefaste del non agire. Un’altra scuola di pensiero strilla chiedendo un’azione militare. Mentre hanno ragione gli Stati Uniti nel dire “non escludiamo nessuna opzione”, quelli che sposano questa posizione devono accorgersi dei rischi inerenti. Questa non è una riedizione di Osiraq. L’Iran ha imparato la lezione del riuscito raid israeliano in Iraq nel 1981 contro il reattore nucleare di costruzione francese. Un attacco militare potrebbe rallentare il programma nucleare iraniano ma non è detto che lo fermi. Per giunta la capacità di rappresaglia dell’Iran è molto più forte di quella irachena. Con la sua lunga mano nella regione e le cellule dormienti di Hezbollah in tutto il mondo, gli scenari possibili sono molti. Infatti, secondo “Defense News”, ufficiali iraniani hanno dichiarato che darebbero il via a una guerra regionale in risposta ad un possibile attacco delle forze USA agli impianti nucleari.

C’è ancora una terza scuola di pensiero. Questa sostiene che l’Iran non è una nazione isolata con una popolazione impoverita. E’ piuttosto un paese con una dipendenza al capitale straniero. Ciò lo rende più vulnerabile ad una politica del bastone e della carota. Finora, però, i bastoni sono stati troppo pochi mentre le carote abbondano. Washington ha dato il via al cambiamento su questo fronte, ma formare un consenso internazionale è stato e rimane una strada in salita. Troppe sono le nazioni che hanno interessi forti in Iran, che non vogliono farsi vedere proni agli ordini degli USA, o che sono intimiditi da un’eventuale reazione violenta da parte dell’Iran. Possiamo constatare che ci sia stato qualche progresso nell’ambito del Consiglio di Sicurezza dell’ONU. Due risoluzioni che prevedono sanzioni sono state approvate e una terza è in vista. In entrambe le risoluzioni c’è più fumo che arrosto, ma la loro adozione sembra aver colto Teheran di sorpresa. L’Iran aveva contato sull’opposizione dalla Russia e dalla Cina, ma chiaramente ha sbagliato i suoi calcoli.

In fin dei conti, né Mosca né tantomeno Pechino nutrono qualsiasi interesse nel vedere sorgere un Iran nucleare. Il riverbero destabilizzante potrebbe toccare anche le loro frontiere. Più significativamente, il Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti ha seguito in silenzio ma con tenacia una strategia che mira a tagliar fuori l’Iran dal circuito del sistema bancario internazionale e soffocare il suo accesso a prestiti e crediti. Secondo informazioni attendibili sembra che questa politica stia portando a risultati importanti con effetti sensibili sull’Iran, molto più di quanto previsto dagli scettici. Ma alla fine sarà la condotta dell’Europa a determinare la riuscita o il fallimento di questa terza via. Negli anni novanta del secolo scorso, l’Unione Europea, capeggiata dalla Germania, aveva lanciato quello che chiamava un “dialogo critico” con l’Iran. Questa politica era fatta di tanto dialogo, e poca critica. E quel poco di critica che c’era non andava a segno (mancava il deterrente) , col risultato che l’Iran non la prese sul serio.
Nel 2003 l’UE ha preso l’iniziativa di trattare con l’Iran sulla questione nucleare: il negoziato era guidato da Londra, Parigi e Berlino con l’apporto di Javier Solana, un fisico nucleare di formazione e il diplomatico più in vista dell’UE. Sono passati quasi quattro anni, e ora è penosamente chiaro che i loro sforzi, malgrado fossero fatti con le migliori intenzioni, non hanno funzionato. Anzi, hanno offerto all’Iran del tempo prezioso per spingersi avanti sul fronte del programma nucleare. Fino al 40% del commercio internazionale dell’Iran è con l’Europa.

La Germania, l’Italia e la Francia sono i suoi partner più importanti. Le società europee dell’energia sono pesantemente rappresentate nei settori iraniani di olio e gas. Gran parte della benzina raffinata usata dall’Iran viene direttamente o indirettamente dall’Europa. Negli ultimi mesi, aziende del settore energetico in Austria e Svizzera hanno annunciato nuovi accordi con l’Iran. E’ vero che si tratta di cifre più basse rispetto a quelle dall’anno scorso, ma sono ugualmente e spaventosamente alte. Per l’Europa, si profilano delle decisioni difficili. Come ho scritto sul mio blog sul Jerusalem Post il 25 febbraio, purtroppo la sua diplomazia è fallita. L’Europa sostiene che non può convivere con un Iran nucleare; teme le conseguenze di una nuova era nucleare sulle sue frontiere meridionali e orientali. E teme pure, almeno così dice, la possibilità di un attacco militare americano o israeliano, contro l’Iran. Dunque, cosa deve fare l’Europa? Certamente, Stati come la Germania e l’Italia hanno percentuali alte di disoccupazione, e per sostenere la crescita economica le loro economie dipendono pesantemente dalle esportazioni. Tagliare i legami di affari con l’Iran avrebbe un costo interno molto alto. Ma il pericolo forse non giustifica il prezzo? L’economia dell’Iran si trova già in difficoltà.

La disoccupazione è altissima, la corruzione imperversa. Alcune società internazionali si sono già ritirate dal paese temendo un danno alla loro reputazione e avvertendo il pericolo di un crollo. Un’azione dell’Europa potrebbe accelerare un ripensamento delle analisi costi-benefici da parte dei leader iraniani. Fino ad oggi, il “costo” del proseguimento delle loro ambizioni nucleari è risultato abbastanza basso. Ci si può domandare se un costo più alto li costringerebbe a un ripensamento o forse perfino creare più dissenso all’interno della loro élite. Non c’è modo di sapere quali saranno gli effetti se non si fa uno sforzo. Mentre l’Europa riflette sulla sua strategia, negli Usa, Stati come la Florida e il Missouri hanno cominciato a prendere di mira le aziende che fanno affari con l’Iran. Alcune di queste società, naturalmente, sono europee. Questo potrebbe spingere ad un’accelerazione delle decisioni nelle capitali europee. Europa: questo è un momento di verifica. Tantissimo dipende dall’esito. I cinici dicono che troverai un modo per sottrarti dalla responsabilità se ti toccano il portafoglio. Dimostra loro che sbagliano.
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