Il ruolo di Israele

L'Opinione - di David Harris
28.4.2007

Nella comunità internazionale si sono udite molte voci che hanno identificato nel conflitto Israelo-palestinese la causa principe di molti problemi del Medio Oriente. Il premier britannico Tony Blair e l’uscente Segretario Generale dell’Onu Kofi Annan sono stati tra coloro che si sono uditi più chiaramente. Nel suo articolo "A battle for global values", (“Foreign Affairs”), Tony Blair ribadisce il suo pensiero: “Come possiamo portare la pace in Medio Oriente se non risolviamo il problema di Israele e della Palestina?” La pace, “non solo metterebbe a tacere i più energici appelli surrezionali dell’Islam più reazionario, ma potrebbe seriamente danneggiare la sua fondamentale ideologia.” Il 12 dicembre, rivolgendosi al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, Kofi Annan disse: “Il conflitto israelo- palestinese non è soltanto uno tra i tanti conflitti nella regione. Nessun altro conflitto comporta un tale coinvolgimento emotivo e simbolico anche per coloro che si trovano a grande distanza da esso.” Un’autentica pace tra Israele e il popolo palestinese eliminerebbe uno dei conflitti di vecchia data del Medio Oriente, questo per ribadire ciò che è dolorosamente ovvio: la pace apporterebbe il migliore dei benefici a tutte le parti in causa. Ma di qui a suggerire che tale accordo sia un condizione sine qua non per la pace nel Medio Oriente, poichè priverebbe all’Islam radicale il carburante necessario al suo funzionamento, è un’affermazione che non trova nessun riscontro nei fatti.

Consideriamo per un attimo che Israele non esista. Questo avrebbe forse influito sull’evoluzione della storia e dei fatti recenti del Medio Oriente? In questo caso, l’Iraq e l’Iran avrebbero deciso di non portare avanti per otto anni una guerra costata più di un milione di morti? L’Iraq avrebbe forse non invaso il Kuwait nel 1990 e riconsiderato il proprio impiego di armi chimiche contro la popolazione curda e contro l’Iran? La Siria avrebbe evitato di sterminare oltre 10,000 dei suoi cittadini a Hama nel 1982 ed abbandonato la sua presa sul Libano come richiesto da molteplici risoluzioni del Consiglio di Sicurezza dell’Onu? L’Arabia Saudita avrebbe forse smesso di esportare il proprio modello di Islam Wahabita con la sua visione ristretta e dottrinaria del mondo e il suo ripudio dei non-musulmani additati come ‘infedeli’? Nel 2001, quando nei suoi proclami, Osama bin Laden non aveva mai inserito la questione israelo-palestinese tra i motivi del suo malcontento, Al-Qaida avrebbe evitato di attaccare gli Stati Uniti? Il pericolo posto dai Fratelli Musulmani in Egitto e in Giordania sparirebbe come per magia se non ci fosse il fattore Israele? Oggi l’Iran abbandonerebbe le sue ambizioni di supremazia nella regione? La contrapposizione tra Sciiti e Sunniti, con le sue profonde ramificazioni politiche e strategiche si dissolverebbe forse come neve al sole? Il governo del Sudan cesserebbe il suo rapporto di complicità con le milizie Arabe Janwajid per porre fine allo sterminio di massa e l’esodo forzato nel Darfur? La disperata povertà e il diffuso analfabetismo che offuscano ogni lume di speranza e creano terreno fertile per i movimenti islamici più radicali diminuirebbero d’improvviso? Le donne saudite sarebbero all’istante legittimate a guidare la macchina? In realtà, i fattori destabilizzanti nel Medio Oriente hanno radici più profonde del conflitto israelo-palestinese.

Colpisce il fatto che mentre la maggior parte dei leader politici occidentali sembrano misurare le parole, i coraggiosi autori arabi dell’annuale Rapporto Arabo per lo Sviluppo Umano non lo hanno fatto, individuando tre principali fattori alla base dell’instabilità nella regione: il deficit di conoscenze, il deficit nella parità uomo-donna e il deficit di libertà. Se queste tre questioni non sono adeguatamente affrontate, il Medio Oriente è destinato a subire le conseguenze di una situazione di instabilità, di violenza e fondamentalismo indipendentemente da ciò che avviene sul fronte israelo-palestinese. Occorre riflettere su alcuni dati importanti che troviamo nel Rapporto Arabo per lo Sviluppo Umano e in altre ricerche correlate: 1) il numero totale dei libri tradotti in arabo negli ultimi 1000 anni è minore del numero di libri tradotti in Spagna in un anno; 2) in Grecia, che ha meno di 11 milioni di abitanti, ogni anno vengono tradotti annualmente 5 volte più libri stranieri di quanti non ne vengano tradotti in arabo nei 22 paesi arabi messi insieme, con una popolazione totale di oltre 300 milioni di abitanti; 3) secondo un rapporto del Consiglio per gli Affari Esteri del 2002, “Negli anni ’50, il reddito pro capite in Egitto si avvicinava a quello della Corea del Sud, mentre oggi il reddito pro capite in Egitto è 20% inferiore a quello della Corea del Sud. Negli anni 50 il PIL dell’Arabia Saudita era maggiore di quello di Taiwan mentre oggi è il 50% di quello di Taiwan. Secondo il Rapporto Onu per lo Sviluppo Umano 2005, solo due egiziani su un milione di persone hanno ottenuto privativa industriale (in Siria zero persone) in confronto alla Grecia (30) e Israele (35). Secondo la classifica stilata da “Freedom House”, l’unico Paese del Medio Oriente descritto come ‘libero’ è Israele. Ogni Paese arabo è descritto come ‘parzialmente libero’ o ‘non libero’. La triste verità è che proprio l’oppressione politica, la repressione della dimensione intellettuale e la discriminazione sessuale sono i fattori che meglio spiegano, più di altri, le difficoltà croniche del Medio Oriente.
(direttore generale dell’American Jewish Committee)

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