Non è vero che noi ebrei non appoggiamo chi chiede pace

L'Opinione - di Umberto De Giovannangeli
14.11.2006

DAVID HARRIS Il direttore dell'American Jewish Committee, contesta l'affermazione di D'Alema secondo cui personalità come Grossmann vengono lasciate sole
. Harris interviene sulle questioni sollevate dal ministro degli Esteri Massimo D'Alema nell'intervista a l'Unità.

In una recente intervista a l'Unità, il ministro degli Esteri e vice premier italiano Massimo D'Alema ha lamentato lo scarso sostegno che voci moderate di Israele, come quella di David Grossman, hanno ricevuto dall'ebraismo democratico mondiale. Condivide questa affermazione?

«Nutro grande stima e rispetto per le opere e per l'umanità di David Grossman, alcuni gruppi ebraici di centro-sinistra hanno appoggiato le sue idee politiche. Personalmente condivido il suo desiderio di pace, e al contempo comprendo la politica dominante in Israele, le cui posizioni sono estremamente complesse. Di elezione in elezione si riscontra da parte della maggioranza il sostegno alla pace e ai compromessi necessari per raggiungere un accordo. Ma c'è anche la paura nei confronti dei paesi arabi e dell'Iran, poiché si ritiene che questi Paesi mirino in buona sostanza alla distruzione di Israele. Gli israeliani in particolare vorrebbero avere un interlocutore palestinese credibile, ma oggi non ne vedo nessuno. Israele ha desiderato la pace con i propri vicini sin dal 1948, anno della sua fondazione. I dati parlano da soli. Dopo tutto lo Stato d'Israele è stato fondato per garantire al popolo ebraico quella tranquillità e quel senso di sicurezza che per troppo tempo è mancato nelle comunità ebraiche della Diaspora, sia in Europa che nel mondo islamico. Ma desiderare la pace è diverso dall'ottenerla...».

E come si dovrebbe agire a suo avviso per ridare senso e concretezza alla speranza di pace nel martoriato Medio Oriente?

«Per ottenere la pace occorre che la controparte al tavolo negoziale comprenda la fondamentale natura del riconoscimento reciproco e del compromesso reciproco. Sfortunatamente la parte palestinese è stata carente in entrambi gli aspetti. È quindi nostra opinione che in attesa che ciò si verifichi Israele non ha altra scelta che esercitare il proprio diritto all'auto-difesa. In verità la situazione è resa ancor più difficile dal cinico modo in cui i miliziani palestinesi utilizzano civili inermi come scudi umani. È tragico che a volte i conflitti comportino anche errori umani, ma la politica di Israele è quella di evitare di colpire civili: esattamente l'opposto della strategia di Hamas e Hezbollah. Contrariamente all'affermazione del ministro D'Alema, Israele non vede nell'uso della forza un sostituto dell'utilizzo della diplomazia. Ma in mancanza di qualsiasi serio atto diplomatico e davanti ai quotidiani lanci di missili e minacce di atti di violenza dalla Striscia di Gaza, una zona da cui lo Stato di Israele si è ritirato nel 2005 concedendo così ai residenti la loro prima opportunità di auto-governo, oggi qual è l'alternativa per Israele? Come agirebbero altri Stati, inclusa l'Italia, se si fossero colpiti da circa tre missili al giorno lanciati da gruppi terroristici nelle zone abitate, che è ciò che Israele attualmente deve subire da Gaza»?

Le osservazioni del ministro degli Esteri toccano un punto delicato: il rapporto tra Israele e la Diaspora ebraica. Le chiedo: la funzione dell'ebraismo democratico mondiale si risolve nel difendere, sempre e comunque, l'operato di Israele o c'è anche spazio per un esercizio di critica?

«Ma certamente che c'è spazio alla critica. Vivendo all'interno del mondo ebraico le critiche le vedo e le sento ogni giorno. In Israele i vivaci dibattiti che animano i media nazionali e la Knesset riflettono la grande diversità di vedute. Quella stessa diversità che può essere riscontrata anche in altre comunità ebraiche; come spesso si usa dire: "prendi due ebrei, ci saranno tre opinioni diverse". Detto questo, vedo anche una gran quantità di critiche infondate nei confronti di Israele da parte del resto del mondo. Sia da parte dell'Onu, nei media o negli ambienti di intellettuali. Queste critiche sono spesso prive di senso della realtà e di contenuto e mosse da un atteggiamento che vede il prevalere di due pesi e due misure. Mentre lo Stato d'Israele viene attaccato per qualsiasi misfatto che gli viene attribuito, altre tragiche situazioni comportano la reale violazione dei diritti umani nel mondo vengono ignorate o giustificate. Ecco perché la American Jewish Committee (AJC) dedica tanta energia alla promozione di una maggiore comprensione o conoscenza della diffusa mancanza di sicurezza nel Paese, della sua piccola dimensione e per questo vulnerabile (un quattordicesimo dell'Italia), della sua ricerca della pace, e della sua solida cultura democratica».

Ritiene fondato il diritto dei palestinesi a vivere in uno Stato indipendente a fianco dello Stato d'Israele?

«Senz'altro. Per molto tempo abbiamo appoggiato la politica che vedeva la soluzione al conflitto israelo-palestinese nella creazione di due Stati. Non se ne andranno né i palestinesi né gli israeliani. La risposta politica è ovvia, e si rifà alle proposte contemplate nel piano Clinton-Barak del 2000. Ma c'è manca un elemento fondamentale. Solo negli ultimi sette anni tre primi ministri israeliani, l'uno dopo l'altro, Barak, Sharon, Olmert hanno pubblicamente espresso il loro sostegno alla soluzione dei due Stati, ma non hanno trovato un interlocutore della controparte che li seguisse. Arafat non hai mai realmente creduto a una soluzione politica o alla cessazione delle ostilità. Piuttosto egli ha tentato di ottenere ciò che ha potuto dagli israeliani per poi estendere il conflitto. Non ha mai preparato il suo popolo alla pace e alla realtà di un compromesso. Ha sempre mostrato due volti usando due lingue diverse, cosa che l'attuale leadership di Hamas non fa. Hamas dice a chiare lettere che Israele deve essere distrutto e che al suo posto deve sorgere uno Stato islamico. Quando i palestinesi si renderanno conto che la fiducia da loro accordata ai propri leader è stata mal riposta poiché questi li hanno condotti in una strada senza uscita, solo allora la pace diverrà possibile. Io per primo non rinuncio a sperare. Quante persone non avrebbero mai sperato nella pace tra Israele e il suo più acerrimo nemico, l'Egitto, mentre questa è ormai realtà da quasi trent'anni? I miracoli esistono, ma richiedono leader Arabi dotati dello stesso coraggio di Anwar Sadat o di Re Hussein perché si realizzino insieme alla loro controparte israeliana».

Il successo ottenuto dai Democratici nelle elezioni di midterm negli Stati Uniti può comportare un cambiamento della politica Usa e dell'atteggiamento della Casa Bianca verso il conflitto israelo-palestinese?

«Prevedo che con l'inizio dei lavori del Congresso, all'inizio di gennaio, verranno apportate delle modifiche ad dei cambiamenti in alcuni temi centrali. La politica riguardo l'Iraq verrà nuovamente dibattuta, il programma di esponenti dell'ala politica conservatrice riguardo questioni quali l'aborto, i rapporti tra Stato e Chiesa, la ricerca sulle cellule staminali e il porto d'armi sarà messo da parte, mentre programmi di innovazione e preservazione energetica riceveranno maggiore attenzione. Ma i due principali partiti condividono lo stesso impegno nel rapporto Usa-Israele, ciò riflette il forte sostegno dell'opinione pubblica americana a questo riguardo. Entrambi i partiti sono dell'idea che in un momento in cui l'Iran sta allenando i muscoli, Hezbollah si sta riarmando malgrado le buone intenzioni riflesse nelle Risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell'Onu 1701, e Hamas sta rivendo un gran quantitativo d'armi attraverso il confine con l'Egitto, occorre ribadire il legame Israele-Usa. Ma allo stesso tempo, poiché entrambi i Paesi hanno tutto l'interesse a trovare nuove opportunità nella regione per una migliore gestione -per non dire soluzione- del conflitto in atto, saranno entrambi aperti a nuove possibilità. Una di queste potrebbe essere la crescente consapevolezza in alcune parti del mondo arabo che la reale minaccia nella regione non è rappresentata da Israele quanto piuttosto dall'Iran e paesi ad esso affini. Tale consapevolezza potrebbe condurre a cambiamenti nelle strategie e favorire le prospettive di pace. Solo il tempo ci dirà se c'è visione politica e coraggio nelle leadership arabe. Spero vivamente di sì. E non solo per Israele».

(ha collaborato Eva Ruth Palmieri)

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