Gaza è vittima solo di se stessa

L'Opinione di David Harris*
05 settembre 2012

Il New York Times del 29 agosto riportava un articolo di approfondimento dal titolo “Rapporto Onu prevede un futuro incerto per Gaza, a meno che i servizi non vengano migliorati.”

Analizzando lo studio delle Nazioni Unite, l’articolo rilevava che entro il 2020 di Gaza non potrà più essere “un posto vivibile”, anche se la popolazione di questa stretta striscia di terra è destinata a crescere di un terzo nei prossimi otto anni, essendo già quadruplicata negli ultimi 45 anni.

Quello che colpisce di tali resoconti è la volontà di ignorare la causa principale del problema o, nella migliore delle ipotesi, fare solo dei riferimenti indiretti ad essa.

È senza dubbio tragico che un ampio segmento della popolazione viva al di sotto della soglia di povertà e non riceva i servizi di base. Ed è altrettanto scoraggiante immaginare un futuro ancora più tetro.

Tuttavia, tale risultato non era inevitabile e non è neppure irrimediabile.

Dopo tutto, per Gaza esiste la possibilità di sviluppare l’economia e attingere alle notevoli risorse interne ai suoi confini.

Ma una certa narrativa ha messo radici, spalleggiata da molti nella comunità internazionale, e in particolare dal coro degli attivisti di Gaza, e racconta che i residenti di Gaza non hanno alcuna responsabilità per la loro situazione attuale. Piuttosto, è tutto una funzione di un disegno esterno: leggi “israeliano”.

Che si adatta perfettamente alla prevalente “cultura della colpa”, cioè mai guardarsi dentro per trovare le risposte, ma cercare sempre colpevoli altrove. È molto più facile. Niente macchia, niente lagna. Viene tutto così bene se si può evocare una teoria ben confezionata che pone l’intero onere sugli altri.

Si consideri la situazione di Israele. Condivide un confine con Gaza. Questo è un dato di fatto immutabile.

Ha senso che Israele possa volere un vicino povero, privo di prospettive future e pronto per essere sfruttato dagli estremisti? Difficilmente, no?

Ma c’è un altro fatto immutabile, almeno per ora.

Hamas è ben radicato a Gaza dal 2007.

Questo gruppo, sulle liste antiterrorismo di Stati Uniti e Ue, non è né timido né evasivo circa i suoi piani.

Vuole la distruzione di Israele. È scritto nel suo statuto, che troppe poche persone si sono mai prese la briga di leggere. I suoi leader proclamano il loro obiettivo tutte le volte che gli è possibile. I suoi maestri insegnano ai loro figli fin dalla tenera età di abbracciare la “causa”. I suoi predicatori pregano per essa nei luoghi di culto. E dentro i confini di Gaza, da parte di Hamas e di spiriti affini, si fanno sforzi intensi, giorno dopo giorno, per entrare in possesso di armi e per pianificare il loro uso contro Israele.

In tali circostanze, che cosa dovrebbe fare esattamente Israele?

Beh, per i sostenitori di Gaza, la risposta è molto semplice. Israele dovrebbe far finta che Gaza è il Lussemburgo, fino al giorno in cui il loro desiderio sarà soddisfatto: la fine di Israele.

Ma per ogni persona imparziale, il dilemma di Israele è evidente, senza alcuna soluzione facile.

Israele non ha alcun desiderio di tornare a Gaza, da cui si è totalmente ritirato nel 2005, un fatto rilevante che manca nell’articolo del Times.

Si potrebbe preferire che l’Egitto, anche sotto il nuovo presidente islamista, possa tornare a Gaza, che ha governato con pugno di ferro fino al 1967, ma questo è da escludere oggi, sia per l’Egitto sia per Gaza.

Si può desiderare per l’Autorità Palestinese, come il minore dei due mali, possa riprendere in consegna Gaza, ma lo scisma tra Hamas e l’Autorità Palestinese si è rivelato incolmabile.

Alla fine del giorno, Israele vuole semplicemente un confine tranquillo, qualcosa che pensava possibile sette anni fa, quando alla popolazione di Gaza è stata data la prima possibilità di governarsi da sé della sua storia, e gli investitori negli Stati Uniti e in Europa erano pronti ad aiutarla. Ma quel confine tranquillo non è arrivato, tutt’altro, mentre gli investitori si sono allontanati spaventati.

Il Times ha il suo modo asettico di descrivere la situazione: “Le tensioni spesso sfociano in cicli di violenza tra le frontiere”.

Nessun riferimento in questa frase alla causa e all’effetto, anche se è ovvio. La violenza inizia con missili e colpi di mortaio sparati da Gaza contro Israele, dopo di che Israele, come ogni nazione sovrana, esercita il suo diritto di difendersi dagli attacchi.

Più avanti, il giornalista afferma che “una mortale offensiva israeliana a Gaza durante l’inverno del 2008-9 distrusse o danneggiò gravemente oltre 6.000 case”.

L’impressione che viene data è che Israele, non avendo di meglio da fare con se stesso, pochi anni fa, abbia deciso proditoriamente di infliggere danni a Gaza, distruggendo case e vite umane.

Ma questo è del tutto contrario ai fatti. Infatti, è quello che si chiama “causalità inversa”.

Sotto il governo di Hamas, Gaza scatenò la violenza sparando letteralmente migliaia di razzi contro Israele, guidato da un odio ideologico. Ma l’attenzione è rivolta alla risposta israeliana, come se non ci fosse stata una provocazione.

E lo stesso vale più in generale per il rapporto delle Nazioni Unite.

Gaza potrebbe essere un modello di sviluppo, con il traffico transfrontaliero, non la violenza, con Israele e, sì, con l’Egitto.

Potrebbe sfruttare le ricchezze del mare e la sua costa incantevole.

Potrebbe attingere dal capitale umano della sua popolazione.

Potrebbe chiudere i campi profughi delle Nazioni Unite, che, inspiegabilmente, lì continuano a funzionare, creando una mentalità di dipendenza e di vittimizzazione.

Potrebbe invitare gli Stati arabi ricchi di liquidità a fermare le lacrime di coccodrillo di simpatia e di contribuire a costruire le scuole e gli ospedali necessari.

Potrebbe chiedere la fine dell’abuso cronico degli aiuti dei donatori a favore delle élite cleptocratiche.

Naturalmente, ciò significherebbe dire “no” a Hamas, respingere l’incitamento all’odio, terminare gli attacchi missilistici, il contrabbando nei tunnel e le trame terroristiche contro Israele… e immaginare un futuro diverso.

Ma la Gaza di oggi, sotto il dominio di Hamas, con i suoi sostenitori internazionali, vuole entrambe le cose: rimanere una culla per l’estremismo e le fabbriche di armi, dichiararsi pronti al martirio genocida, e al tempo stesso chiedere l’aiuto del mondo esterno per sostenere la sua economia e le infrastrutture.

Se questo non è una nuova definizione di faccia tosta, io non so cosa sia.

*Direttore American Jewish Committee
www.ajc.org
Traduzione di Carmine Monaco
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