Controstoria minima dello stato di Israele

L'Opinione di David Harris
8 giugno 2012

Nella quotidiana copertura di notizie, come si usa dire, se non c'è sangue non fa notizia. La storia maggiore di Israele, quindi, è raramente narrata. E la continua serie di attacchi anti-israeliani - da quelli portati dall'automatica maggioranza araba alle Nazioni Unite, alla moltitudine di campagne per il boicottaggio, le sanzioni e i disinvestimenti; da quelli di alcuni esperti di Pr delle Ong, all'alleanza rosso verde (estremisti di sinistra e musulmani radicali) - in ogni caso non lascia molto spazio per un quadro più ampio. Ma vale la pena raccontare la storia meno nota di Israele. Essa è, infatti, parafrasando Winston Churchill, uno dei più grandi capitoli negli annali della storia. Ed ecco quelli che ammiro di più. Primo, l'identità del popolo ebraico è fondata su tre capisaldi: una fede, un popolo e una terra.

La terra è parte inestricabile dell'equazione. Anche quando gli ebrei sono stati allontanati con la forza dalla loro terra, e lo sono stati più di una volta, loro mai, neanche per un momento, hanno perso il loro legame con essa. È stata il nucleo delle loro preghiere e del loro sistema di credenza. Gerusalemme, fisicamente e metafisicamente, è al centro dell'esistenza ebraica. La determinazione degli ebrei nel riaffermare questo legame, che dura letteralmente da migliaia di anni, è impressionante.

In secondo luogo, coloro che abitavano quella terra o che vi sono ritornati prima della rinascita dello stato nel 1948, hanno affrontato sfide indescrivibili. Quelle sfide avrebbero potuto facilmente sconfiggere persone meno determinate. Lo stesso terreno era duro e arido. Le paludi erano infestate dalle malattie. L'acqua era scarsa. Bande di predoni arabi li mettevano a rischio. Ma loro insistettero.

In terzo luogo, questi pionieri, contro ogni probabilità, diedero vita a un campo dopo l'altro, albero dopo albero, lavoro dopo lavoro (per arabi ed ebrei) e quartieri dopo quartieri.

E allo stesso modo hanno dato vita all'ebraico moderno. Hanno preso una lingua antica e l'hanno resa contemporanea, e a sua volta questa è diventata lingua franca del nuovo stato. In quarto luogo le politiche del nuovo stato non furono semplici.

Ci sono voluti cinquant'anni dalla visione di Theodore Herzl della rinascita di una nazione ebraica al Piano di Spartizione delle Nazioni Unite del 1947, che invitava alla creazione di due Stati, uno arabo e uno ebraico al termine del mandato britannico sulla Palestina. Durante questi cinque decenni, con alti e bassi a livello mondiale, colpi di mano dei governi e dei poteri politici, la leadership ebraica ha continuato a perseverare nella terra. Erano imperterriti.

In quinto luogo, la stessa leadership ebraica ha capito che mezza pagnotta era meglio di nessuna pagnotta. Mentre gli ebrei avrebbero desiderato uno stato più grande e credevano che i fatti storici lo giustificassero, il pragmatismo ha prevalso sul massimalismo. E qui sta la differenza fondamentale tra la leadership araba e quella ebraica, ora come allora. Nel 1947 il piano di spartizione avrebbe potuto risolvere le aspirazioni nazionali di ebrei e arabi (cioè dei palestinesi, anche se il termine non è stato usato dalle Nazioni Unite). Ci sarebbero stati due stati per due popoli, per vivere in pace e cooperare, idealmente, fianco a fianco. Ma l'insistenza araba nel volere la pagnotta intera ha scatenato la guerra. La guerra a sua volta ha creato il problema dei profughi palestinesi mentre il sogno della pagnotta intera continua a essere alimentato da troppi dirigenti palestinesi.

In sesto luogo la guerra del 1948 per annientare il nascente stato avrebbe potuto essere la prima, e sì, anche l'ultima guerra di Israele. Ma non lo è stata. Numericamente molto inferiori e poco armati, i 650.000 ebrei avrebbero potuto essere sconfitti dai cinque eserciti arabi attaccanti, tra cui i giordani addestrati dai britannici. Ma loro ci hanno dato dentro, hanno combattuto con armi spesso difficili da acquisire e alla fine hanno vinto, pur perdendo l'1% della loro popolazione, nella prima di numerose guerre che Israele avrebbe combattuto per difendere il suo stesso diritto di esistere.

In settimo luogo la capacità di Israele di difendersi è a dir poco straordinaria. Un paese delle dimensioni del New Jersey, senza una topografia militare favorevole, ha affrontato assalti ripetuti di ogni genere: guerre, attacchi missilistici, attentati suicidi, sequestri, infrazioni della legge e la rinascita di libelli sanguinari e moderne campagne diffamatorie. La morale e l'impegno degli Israeliani ad adempiere ai loro obblighi nazionali - quando, senza dubbio, avrebbero di gran lunga preferito studiare, socializzare e viaggiare - è notevole. Da soli, non avendo mai chiesto l'aiuto delle truppe di altre nazioni, essi devono difendere lo stato. E l'ingegnosità tecnica di Israele nell'affrontare ogni nuova sfida a testa alta, è servita da lezione per gli altri paesi. Da Entebbe a Iron Dome, dall'impianto nucleare di Osirak a quello siriano, Israele ha messo a punto risposte valide a minacce apparentemente insormontabili.

In ottavo luogo, Israele ha creato una società molto più coesa e vivace di quanto gli altri prevedessero. Gli scettici si chiedevano come Israele avrebbe potuto assorbire gli ebrei da decine di paesi con diverse lingue, tradizioni politiche, culturali, norme e pratiche religiose? Come avrebbe potuto creare uno stato democratico in cui si venivano a trovare così tanti rifugiati provenienti da paesi arabi non democratici e dalle società comuniste, e farlo in una regione, il Medio Oriente, dove non c'era assolutamente alcuna tradizione di società libere e aperte? Come sarebbero potuti coesistere ebrei laici e religiosi? Come avrebbe potuto Israele assorbire oltre 100.000 ebrei etiopi, i quali provenivano da villaggi che non avevano elettricità o altre attrezzature moderne? E come avrebbero vissuto i non ebrei, soprattutto la grande comunità araba, come cittadini dello Stato di Israele?

Questi sono tutti lavori in corso, ma sessantaquattro anni dopo la rinascita di Israele, si può dire che le forze centripete che tengono insieme lo stato superano di gran lunga le forze centrifughe al lavoro, e questa non è un'impresa da poco, data l'entità di ciascuna delle sfide.

Nono, a fronte di minacce e di pericoli implacabili, Israele avrebbe potuto rinchiudersi, abbandonare le speranze e rinunciare alla pace, ma di certo non l'ha fatto. Invece, Israele ha abbracciato il mondo, condividendo la sua vasta conoscenza con i paesi in via di sviluppo, arrivando spesso tra i primi sulla scena in caso di disastri. Ha difeso la vita in una maniera tale che chi ne vive al di fuori difficilmente può immaginare. E nonostante uno sforzo di pace respinto dopo l'altro, a partire dai trattati con l'Egitto (1979) e Giordania (1994) (per non parlare delle esperienze di ritiro dal sud del Libano solo per assistere all'intervento degli iraniani di Hezbolleh o del ritiro da Gaza solo per vederla cadere sotto il controllo di Hamas, il cui statuto chiede la distruzione di Israele), Israele si aggrappa ancora alla convinzione cha la pace, basata su un vasto compromesso territoriale e una soluzione a due stati, sia possibile. 

E in decimo luogo, vi è quello che i viaggiatori vedono con i loro stessi occhi quando arrivano in Israele. Come hanno commentato molti nuovi visitatori, essi non avevano idea che Israele fosse così piccolo e che le sfide per la sicurezza fossero così complesse. Non avevano idea che l'arabo fosse una lingua ufficiale e che gli arabi israeliani, anche quelli che si oppongono all'esistenza stessa dello stato, possono essere eletti al parlamento israeliano.

Essi non erano a conoscenza che le chiese e le moschee si trovano ovunque, con piena libertà di culto garantita e protetta. Non avevano idea di come il paese sia al contempo antico e moderno. Non avevano alcuna comprensione di come Israele sia una democrazia a tutta velocità, con una stampa grintosa, una magistratura indipendente, una serie di organizzazioni non governative molto attive, partiti politici a bizzeffe e una cultura polemica ed autocritica.

E non immaginavano quanto fiera del suo paese e ottimista sul futuro fosse la stragrande maggioranza degli israeliani.

Per quasi 2.000 anni, gli ebrei potevano solo sognare e pregare per la rinascita di Israele. Oggi essa è una realtà vivente e pulsante, che respira. E io mi annovero tra i fortunati che possono vedere il suo svolgersi davanti ai propri occhi.

(traduzione Carmine Monaco)

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