Buon compleanno, Israele

L'Opinione di David Harris
21 aprile 2012

Cosa c'è di così speciale nel 64° compleanno di una Nazione? Bene, nel caso di molte Nazioni, forse niente di speciale, a meno che non si tratti di Israele, che celebra il suo compleanno quest' anno, il 25 e il 26 aprile.

Israele ha il triste primato di essere l'unico Stato membro delle Nazioni Unite il cui diritto di esistere è regolarmente contestato, la cui eliminazione dalla carta geografica è l'obiettivo di almeno un altro stato membro delle Nazioni Unite, l'Iran, e la cui popolazione è considerata terreno di caccia da Gaza, sotto il controllo di Hamas, e dal Libano, dominato da Hezbollah. Quindi, il suo stesso sopravvivere anno dopo anno è di per sé degno di nota.

Nessuno dei paesi che sono sistematici violatori dei diritti umani (Iran, Corea del Nord, Bielorussia, Zimbabwe, Sudan o qualunque altro stato) è oggetto di qualcosa di simile al controllo incessante e ossessivo, del pregiudizio di colpevolezza fino a prova contraria, che il democratico stato di Israele riceve dagli organismi delle Nazioni Unite, con Ie loro maggioranze automatiche anti-Israele, a New York e a Ginevra.

Nessun altro paese è l'obiettivo di queste campagne non-stop, ben finanziate e altamente organizzate per screditare e demonizzare uno stato sovrano. Nessun altro paese si trova di fronte a tali sistematici tentativi di boicottaggio, a campagne di disinvestimento e richieste di sanzioni, per non parlare di flotte e flottiglie, e intanto coloro che sono dietro tutto ciò e che sostengono di battersi per i diritti umani, ignorano allegramente altri stati come la Siria, dove dall'anno scorso sono state uccise migliaia di persone, forse perché non possono vedervi alcuna connessione israeliana. E nessun altro Paese ha il suo diritto all'autodifesa messo in discussione come Israele, anche se non fa più di quanto non farebbe ogni altra Nazione di fronte a periodici attacchi terroristici e mortali attacchi missilistici.

Ho grande ammirazione per Israele - per la sua determinazione, resistenza, coraggio e ingegno. Altre Nazioni avrebbero ceduto, dopo 64 anni di ininterrotta ostilità, coi nemici che avrebbero fatto qualsiasi cosa al mondo per distruggerli e, non riuscendoci, per demoralizzarli e isolarli. Ma Israele non ha battuto ciglio. Si rifiuta di cedere. Continua a sconcertare i suoi rivali. I sondaggi rivelano che il suo impegno per un accordo bilaterale con i palestinesi rimane incrollabile, anche se molti israeliani non possono fare a meno di chiedersi se i palestinesi, una volta data loro una possibilità di sovranità, poi realmente condividano l'obiettivo di Israele di vivere fianco a fianco in pace ed armonia. Inoltre, in una recente indagine globale, Israele è risultato al 14°posto nella classifica dei paesi più "felici" al mondo e Tel Aviv si classifica come una delle migliori destinazioni da visitare per i giovani.

Come può essere, si chiedono gli avversari di Israele, che questi "figli di scimmie e maiali", come i predicatori musulmani radicali apertamente si riferiscono agli ebrei, riescano a puntare così in alto, forti e, sì, ottimisti? Come può essere, si chiedono I suoi avversari, che questa Nazione di soli 8 milioni di abitanti, partita da soli 650.000 alla sua nascita nel 1948, abbia ripetutamente sconfitto gli stati nemici arabi molto più popolosi che si sono schierati contro di essa? Come può essere, si chiedono i suoi avversari, che questi ebrei, apparentemente condotti al macello come pecore dal Terzo Reich, improvvisamente abbiano imparato a difendersi e sconfiggere grandi eserciti arabi, a soli tre anni dal Giorno della Vittoria in Europa? E come può essere, si chiedono i suoi avversari, che Israele, senza risorse naturali di cui parlare fino alla recente scoperta di gas naturale (ancora da sfruttare), sia diventata una potenza economica mondiale, catapultandosi nell'Ocse, che abbia vincitori a due cifre di Premi Nobel e che sia tra i primi tre in classifica nella nuova lista Nasdaq?

Troppo spesso i nemici di Israele se ne sono usciti con fuorvianti e autosoddisfacenti risposte, di solito elaborate teorie di cospirazione ispirate dagli stereotipi antisemiti. In realtà la risposta è molto più semplice. Deriva da un antico legame tra una terra, una fede e un popolo. Molti hanno cercato di rompere il legame. Tutti hanno fallito. Considerate le parole di Ezechiele, espresse circa 2700 anni fa: «Così dice il Signore Dio. Ecco, Io prenderò il popolo di Israele dalle Nazioni tra le quali è disperso, lo radunerò da tutti i lati e lo condurrò alla sua terra; e Io li renderò una nazione sulla terra, sui monti di Israele... e la terra abbandonata sarà coltivata... E diranno: questa terra che era stata abbandonata è diventata come il Giardino dell'Eden». Oppure, spostandoci rapidamente dall'antico profeta Ezechiele al profetico Winston Churchill: «La creazione di uno Stato ebraico in Palestina è un evento nella storia del mondo che non deve essere visto nella prospettiva di una generazione o di un secolo, ma nella prospettiva di mille, duemila o tremila anni». Churchill aggiunse che la fondazione dello Stato era «una delle avventure più promettenti e incoraggianti del 20° secolo». Anzi, continua a esserlo nel 21° secolo.

A dire il vero Israele, come tutte le società democratiche, è un continuo lavoro in corso. Resta ancora molto da fare. Da un sistema elettorale meno che ideale ai fanatici religiosi che invocano "un'autorità superiore" rispetto allo Stato, dal dover colmare un enorme divario tra ricchi e poveri alla necessità di equilibrare la natura ebraica e democratica del Paese, dalla decennale ricerca della pace alla difesa del Paese in una regione turbolenta, Israele non manca certo di sfide. Ma soprattutto Israele è un'avventura meravigliosa. Mi sento quotidianamente privilegiato per aver visto il compimento delle preghiere di generazioni, desiderose di tornare a Sion dopo il forzato esilio. Per aver testimoniato dell'arrivo degli Ebrei sovietici in Israele proprio quando piovevano dal cielo i missili Scud di Saddam Hussein, a dimostrazione che Israele non perde l'occasione di accogliere i nuovi arrivati, rivelando il carattere della Nazione. Così pure di essermi trovato all'Ospedale Rambam di Haifa durante l'attacco missilistico degli Hezbollah. In un minuto una sirena suona e tutti si muovono tranquillamente o si spostano verso i rifugi. Il minuto successivo, dopo il segnale di via libera, gli scienziati ritornano nei loro laboratori per continuare le loro ricerche all'avanguardia sul cancro, il diabete e le terapie con le cellule staminali. E, ancora, di essere stato all'Ospedale Barzilay di Ashkelon, dove ricevono le cure mediche le vittime degli attacchi di Hamas contro Israele, e di aver visto i pazienti palestinesi provenienti da Gaza in stanze attigue a quelle dei feriti ebrei. Oppure di aver conosciuto "Salva il cuore di un bambino", un programma israeliano che fornisce cardiochirurgia pediatrica salvavita. Molti dei bambini provengono dai paesi arabi che negano la stessa esistenza di Israele. E ancora di aver visto scarabocchiare su un muro di Tel Aviv, poco dopo che 21 giovani israeliani erano stati uccisi in una discoteca, la scritta: «Loro non ci impediranno di ballare». E ancora di avere visto un arabo israeliano Giudice della Corte Suprema - che, per inciso, si rifiuta di cantare l'inno nazionale di Israele - sedersi in una giuria che ha confermato la condanna di un ex-presidente israeliano per l'accusa di stupro.

No, questo Israele può non avere un posto di primo piano nei media, mi spiace dirlo, ma è l'Israele che pulsa ogni giorno con l'amore per la vita, per la libertà e per la terra. È l'Israele che conosco e che amo.Buon 64° compleanno, Israele!

*Direttore Esecutivo American Jewish Committee (AJC - www.ajc.org)
Traduzione di Carmine Monaco
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