La difesa di Israele prescinde dall’appartenenza partitica

Shalom di David Harris
11 Dicembre 2011
Non conta chi guida l’Amministrazione americana. E’ importante che i partiti considerino il sostegno a Israele come centrale per la loro concezione del mondo.
In politica il dove ci si trova dipende dal dove ci si siede. Ciò vale anche per l’impegno a favore di Israele. Per coloro che sono spinti, soprattutto, dal partito di appartenenza, è abbastanza semplice. Se sono un Repubblicano americano credo che il mio partito sia a favore dei rapporti Stati Uniti-Israele. E di sicuro, se sono un Democratico, varrà lo stesso pensiero. Quindi se il mio Partito è al potere, o alla Casa Bianca o in Parlamento, io voglio essere sicuro che vi rimanga. E se il mio partito è fuori dal potere farò tutto il possibile per porre fine al suo stato di inferiorità. Niente storie, niente chiacchiere. È tutto abbastanza semplice. Questo prevedibile teatro è messo in scena tutti i giorni. Poco dopo che l’Amministrazione Obama si insediò, si dovette confrontare con il problema di cosa fare circa la partecipazione degli Stati Uniti alla Conferenza di Revisione di Durban, in programma a Ginevra nel Maggio 2009.
L’Amministrazione Bush, che abbandonò lodevolmente l’originaria riunione di Durban nel 2001 in ragione del suo schierarsi contro Israele, stabilì che la decisione sarebbe spettata alla squadra di Obama e non poteva gravare su di loro. Poco dopo la sua entrata in carica, la nuova amministrazione invitò cinque persone ad andare a Ginevra per studiare la questione, parlare con gli interlocutori chiave e presentare una segnalazione. Un membro dello staff dell’AJC fu invitato a partecipare.

Accettammo volentieri. Ciò scatenò una tempesta di fuoco da parte di coloro che detestavano l’amministrazione Obama sin dall’inizio. Non importava cosa ne seguì. Infatti, anche dopo che la commissione d’inchiesta tornò da Ginevra, raccomandò agli Stati Uniti di non partecipare e Washington annunciò che non sarebbe andato, i critici dalla mentalità ristretta erano insoddisfatti.

Non potevano ammettere neanche a denti stretti che era stata presa la decisione giusta. Dopo tutto, per fare ciò, avrebbero dovuto dare merito al “nemico politico” e nel gioco a somma zero della politica ciò accade raramente. Andiamo avanti al Settembre 2011. I Palestinesi avrebbero dovuto presentare la loro richiesta di ammissione a pieno titolo alle Nazioni Unite il 23 Settembre. Washington comunicò che avrebbe usato il suo veto, se necessario, per fermare l’iniziativa sul nascere.

Ciò, comunque, non dissuase il partito rivale dall’acquistare un’intera pagina sul “New York Times”, per criticare duramente il Presidente Obama per la sua presunta politica contro Israele. In altre parole, l’approccio partitico diventa “taglia e brucia”, non fare prigionieri e non concedere assolutamente nulla. E’ questo il modo più efficace per sostenere Israele? Beh, se più di ogni cosa voglio che il mio partito torni al potere, forse. Ma se voglio raggiungere obiettivi che non possono aspettare le prossime elezioni e i loro imprevedibili esiti, e che hanno conseguenze nella vita reale, in tempo reale, allora può essere estremamente miope. E questa è, forse, la differenza fondamentale tra la partigianeria e la difesa.

Quelli di noi impegnati in quest’ultima sono focalizzati sul qui e ora, a prescindere da chi è dentro e chi è fuori. L’obiettivo potrebbe essere quello di incoraggiare gli Stati Uniti a fare la cosa giusta e boicottare il processo di Durban. O di esercitare il diritto di veto nel Consiglio di Sicurezza. Oppure di convincere la comunità internazionale ad adottare misure più rigorose di fronte all’incessante corsa al nucleare dell’Iran. Per fare sì che tutto ciò che accada, l’esperienza dimostra che è poco saggio scommettere su uno o sull’altro partito presente alla Casa Bianca, ma bisogna piuttosto fare affidamento sul sostegno bipartitico. Una cosa è certa: le questioni vitali, persino esistenziali, che colpiscono il Medio Oriente, possono sorgere in ogni mandato presidenziale. Quando entrambi i partiti vedono il sostegno a Israele come centrale per la loro concezione del mondo, allora questo è il meglio per tutti. Questo è precisamente il nostro obiettivo come difensori.

È stato l’obiettivo quando il presidente Bush era in carica. È lo stesso con il presidente Obama. Ciò non significa comunque accettare ogni cosa detta e fatta. Niente affatto. Per esempio, il Presidente Bush è stato un grande amico di Israele, ma la sua amministrazione ha premuto per l’inclusione di Hamas nelle elezioni del 2006, e questo fu un non piccolo errore. Le ripercussioni si avvertono ancora oggi. Ciò meritava di esser detto apertamente, in maniera misurata, che cercasse di convincere, non in un modo aggressivo che criticasse aspramente il Presidente da qui all’eternità - chiudendo le porte al dialogo quando bisognava lasciarle aperte.

E il Presidente Obama ha portato il livello di cooperazione alla difesa con Israele a nuove vette, ma ha permesso che i disaccordi con Israele divenissero pubblici nella fase iniziale, sollevando questioni di fiducia in Gerusalemme e convincendo i Palestinesi che gli Stati Uniti avrebbero fatto il lavoro duro al posto loro. Anche ciò giustificava delle critiche, ma ancora una volta, con un occhio verso la correzione di rotta e non, come accadde, l’inizio di una vera e propria guerra di calunnie fino alla morte. Come difensore sono assolutamente non schierato con un partito. Lo sono sempre stato e sempre lo sarò. I problemi sorgono ogni giorno. Abbiamo bisogno di poter contare sull’essere vicini e sugli amici.

Senza di loro, stiamo parlando a noi stessi e questo non ha senso! Comprendo anche pienamente l’opportunità, anzi la necessità, di partecipazione nei partiti politici. Lasciamo che le fila di entrambi i partiti siano riempite da energici appassionati a favore di Israele. Lasciamo che entrambe le parti si contendano il sostegno della comunità a favore di Israele. Ma bisogna tenere ben in mente l’obiettivo quando si tratta delle relazioni Stati Uniti-Israele: è fondamentale un supporto unanime da entrambe le parti per una consistente politica estera americana a favore di Israele. Altrimenti, come esempio vivente di ciò che potrebbe accadere, basta dare un’occhiata a quei Paesi Europei dove uno dei grandi partiti appoggia Israele mentre l’altro mantiene le distanze. In ogni paese democratico, prima o poi, il pendolo politico oscilla. Israele potrebbe permettersi di aspettare quattro, otto o dodici anni per veder sedere alla Casa Bianca o al Congresso un partito amichevole? La domanda contiene in sé la risposta.

David Harris, direttore esecutivo dell ’AJC (American Jewish Committee )
Traduzione di Carmine Monaco

Copyright 2014/2015 AJC