Jan Karski - Con Israele contro i totalitari

L'Opinione di David Harris
26 Ottobre 2011

Jan Karski Nel 1914, Jan Karski nacque da una famiglia cattolica in Polonia. La sua carriera come ufficiale, prigioniero sovietico, evaso, ancora prigioniero della Gestapo, attivista in incognito e corriere, va ben oltre il notevole. Aveva visto la mostruosità dell’occupazione nazista della Polonia.

La raccontò nel libro “Storia di uno Stato Segreto”. “E’ ancora necessario descrivere il ghetto di Varsavia?” si chiese. In un’era di negazionismo e antisemitismo in crescita, è ancora necessario.

Morì nel 2000, all'età di 86 anni. Più tempo passa, più mi manca. Proprio quando la sua voce sarebbe più che mai necessaria, non è più tra noi. Nel 1914, Jan Karski (nato Kozielewski) nacque da una famiglia cattolica in Polonia. Il più giovane di otto figli, nel 1939 fu arruolato nell'esercito polacco poco prima dell'invasione nazista del 1° settembre.
La sua carriera come ufficiale in tempo di guerra, come prigioniero sovietico, come evaso, ancora come prigioniero nelle mani della Gestapo, come attivista polacco in incognito e come corriere, va ben oltre il notevole. In un mondo in cui parole come "coraggio" e "eroismo" sono state così abusate – liberamente utilizzate nello sport, nel divertimento, nella politica – da renderle praticamente prive di significato, Jan Karski è stato quel raro essere umano che le ha incarnate entrambe.

Jan ha messo ripetutamente la sua vita in prima linea in difesa dei principi superiori: la lotta contro il nazismo e la difesa della sua patria, la Polonia. Egli ha portato con sé, per tutta la vita, i segni fisici della sua esperienza, tra cui le profonde cicatrici sui polsi lasciategli da un tentativo di suicidio dopo aver subito un prolungato pestaggio dai suoi carcerieri nazisti.

Non guarì mai dalle cicatrici emotive, e neppure lo desiderava. Dopo la guerra, in servizio presso la facoltà della Georgetown University per quattro decenni, non avrebbe mai permesso che quello a cui aveva assistito svanisse dalla sua memoria, anche se, data la sua inusuale modestia, si rifiutò di fare una seconda carriera basata sulle sue imprese passate.

Aveva visto le mostruose, indescrivibili bestialità che il Terzo Reich scatenò in tutta la Polonia. E la Polonia fu l'epicentro del grande disegno nazista. Nel 1944, scrisse un libro, “Storia di uno Stato Segreto: il mio rapporto al mondo”, dopo aver raggiunto gli Stati Uniti con il compito di raccontare ai funzionari americani quello che aveva visto in Polonia.

Una volta arrivato negli USA, gli fu detto dai suoi superiori di non tornare perché la sua copertura era stata bruciata. Il libro divenne subito un best seller. Nel corso degli anni, tuttavia, cadde nell'oscurità. Ora è stato ripubblicato da Penguin nel Regno Unito con, si spera, un’edizione americana, italiana e in altre lingue.

Si tratta di un avvincente racconto. Anzi, dovrebbe essere una lettura obbligata per chiunque voglia capire a fondo le dinamiche della Seconda guerra mondiale. Racconta tre storie. La prima è di Karski, incentrato sugli anni che vanno dal 1939 al 1944. La narrazione è semplice, disadorna e commovente, un invito a riflettere su ciò che l'uomo è capace di fare quando il coraggio morale e quello fisico si fondono.

La seconda è del tempo di guerra in Polonia, e in particolare dello sviluppo del movimento di resistenza polacco. Non c'è altra storia simile nell'Europa occupata. Non solo le autorità locali si rifiutarono di collaborare con i nazisti, a differenza di quanto accadde in Francia, Norvegia e molti altri paesi, ma gli sforzi congiunti del governo polacco in esilio e la diffusa resistenza andarono oltre ogni immaginazione.

E la terza era quella della tragedia ebraica polacca. Prima del viaggio clandestino che lo portò a Londra e a Washington, ad incontrare personalità del calibro del ministro degli Esteri britannico Anthony Eden e del presidente Usa Franklin Roosevelt, Karski, portando una stella di David al braccio, per due volte riuscì ad entrare e uscire dal ghetto di Varsavia.
In seguito, travestito da guardia, passò ore in un campo nazista di smistamento degli ebrei verso il campo di sterminio di Belzec. Ciò che vide nel ghetto di Varsavia e a Izbica Lubelska non lo abbandonò mai. Ecco cosa scrisse in “Storia di uno Stato Segreto”: “Io conosco la storia.

Ho imparato molto circa l'evoluzione di nazioni, sistemi politici, dottrine sociali, metodi di conquista, persecuzione e sterminio, e so anche che mai nella storia dell'umanità, mai da nessuna parte nel campo delle relazioni umane si è verificato nulla di confrontabile con quello che è stato inflitto alla popolazione ebraica della Polonia”.

Poi chiede: “È ancora necessario descrivere il ghetto di Varsavia?” Per fortuna, ha risposto alla sua domanda. Purtroppo, però, non tutti hanno letto la sua risposta. Già soltanto negli ultimi dieci anni, dopo la morte di Karski, abbiamo assistito ad una raffica di attivisti filo-palestinesi - dai membri del Parlamento britannico come George Galloway, Oona King e Jenny Tonge, al diplomatico norvegese Trine Lelling, dal relatore dell'Onu Richard Falk al premio Nobel portoghese José Saramago, dal presidente venezuelano Hugo Chavez ai vignettisti di un quotidiano spagnolo - che applicano la terminologia nazista ad Israele con noncuranza, incluso il confronto osceno del Ghetto di Varsavia alla Striscia di Gaza.

Ecco ciò che Karski rispose al riguardo: “Tanto è già stato scritto su di esso, ci sono stati innumerevoli resoconti da testimoni incontestabili. Un cimitero? No, perche’ quei corpi erano ancora in movimento, in effetti spesso erano violentemente agitati. Erano ancora in vita quelle persone, se si possono definire tali.

Perché a parte la loro pelle, gli occhi e la voce non c'era più nulla di umano in quelle figure palpitanti. Ovunque c'era la fame, la miseria, la puzza atroce dei corpi in decomposizione, i pietosi gemiti dei bambini che muoiono, le grida disperate e i rantoli di un popolo che lottava per la vita contro ogni impossibile probabilità”.

E poi, forse anticipando quello che l'impatto del tempo e della distanza poteva significare per la comprensione di quell’epoca, Karski scrisse: “So che molte persone non mi credono, non potranno credermi, penseranno che esagero o che invento, ma io l’ho visto”. Fino al giorno della morte, Karski si erse come un guardiano del passato e della sua rilevanza per il presente.

Rimase un feroce anti-comunista e, fortunatamente, visse abbastanza per vedere il ritorno della sua amata Polonia alla famiglia delle nazioni democratiche, incluso l'adesione alla NATO. Egli ha fatto da sistema di allarme rapido contro il ripetersi dell’antisemitismo. E aveva capito il ruolo centrale di Israele nella vita del popolo ebraico.

Nel 1993, l’American Jewish Committee conferì a Karski il suo massimo riconoscimento. Nel suo memorabile discorso di accettazione, egli dichiarò che lui era sicuro che non ci sarebbe mai più stato un Olocausto contro gli ebrei e disse che sapeva perché. Si fermò un attimo e poi concentrò la sua spiegazione in una sola parola che fece scaturire dal più profondo della sua anima: pronunciò ciascuna delle tre sillabe di "Is-ra-el" come se fossero parole separate, consentendo al momento di fermarsi.

Jan Karski se n’è andato, senza lasciare eredi diretti. Ma con la sua testimonianza diretta, le sue parole registrate e il suo imponente esempio di coraggio, convinzione e compassione, c'è speranza che il mondo non scenda di nuovo in un abisso di nebbia morale e relativismo storico, oppure nel negazionismo.

Auguriamoci che “Storia di uno Stato Segreto” diventi una lettura fondamentale, come fonte di informazioni e di ispirazione, in ogni corso di storia del XX secolo. E che le sue copie trovino la via per giungere tra le mani di coloro che oggi mostrano la loro vergognosa ignoranza travisando la storia.

David Harris, direttore esecutivo dell’American Jewish Committee (AJC)
www.ajc.org
Traduzione di Carmine Monaco



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