Occasione persa per la Palestina

L'Opinione di David Harris
04 Ottobre 2011

Il presidente palestinese Mahmoud Abbas si è rivolto all'Assemblea Generale delle Nazioni Unite. È stato accolto con entusiasmo da molti in sala. Questo non dovrebbe sorprenderci. Guardate la composizione della platea: per cominciare, 22 membri della Lega Araba, 56 membri dell’Organizzazione della Conferenza Islamica, e circa 120 paesi membri del Movimento dei Non Allineati.

Questa di per se è una maggioranza automatica. Abbas poteva dire tutto quello che voleva ed essere certo di ricevere grandi applausi. Purtroppo, quello che ha detto non fa progredire la causa della pace. A cominciare dalla sua stessa introduzione al discorso delle Nazioni Unite. Il leader palestinese ha dichiarato che la sua terra è stata occupata per "63 anni".
Citando il 1948, l'anno di fondazione di Israele, come Abu Mazen ha fatto, egli risveglia solo la paura che questo non è un conflitto sulla terra contesa del 1967, ma per la stessa esistenza di Israele. E lungo la strada per New York, l’Autorità palestinese di Abu Mazen ha ancora una volta reso omaggio a dei terroristi, come Dalal Mughrabi, che ha ucciso dei civili israeliani.

Non è proprio il modo migliore per convincere gli israeliani che la coesistenza pacifica è dietro l'angolo. E poi c'è lo stesso discorso, pieno di un incauto linguaggio incendiario: "occupazione militare coloniale", "brutalità dell’aggressione", "discriminazione razziale", "politica di pulizia etnica su più fronti", "guerra di aggressione", "politiche di apartheid", "muro di annessione razzista", e altro ancora.

È questa la lingua di un operatore di pace determinato a ridurre il divario tra lui e il suo avversario? Può funzionare bene con molti nell'Assemblea Generale, ma non con chi conta davvero – ovvero Israele, l'altra metà dell’equazione “conflitto israelo-palestinese”.

A proposito, come fa Abbas a conciliare la sua descrizione delle demoniache politiche israeliane con il fatto che la popolazione araba della Cisgiordania e il Pil stanno crescendo in modo impressionante, in quella che ha erroneamente definito come "la sola occupazione al mondo"? Oppure prendiamo il suo riferimento a Gaza. Ha parlato di "omicidi, attacchi aerei e bombardamenti di artiglieria", "guerra di aggressione" da parte di Israele, con "migliaia di martiri e feriti". Ha parlato come se Israele non avesse niente di meglio da fare che depredare gli innocenti abitanti di Gaza. Ha ignorato il ritiro totale unilaterale di Israele da Gaza nel 2005, la presa violenta del potere da parte di Hamas nel 2007, contro la stessa Autorità Palestinese, la missione genocida della Carta di Hamas, il lancio continuo di razzi da Gaza verso Israele e il rapimento di Gilad Shalit; ha ostinatamente rifiutato di riconoscere i legittimi problemi di sicurezza di Israele.

Sarebbe costato così tanto ad Abbas riconoscere queste tristi realtà? Forse dalle sue parti, sì, ma non è questo ciò che ci si aspetta da uno statista? Ha descritto i palestinesi come un "popolo indifeso", come se non ci fossero stati decenni di terrorismo, migliaia di israeliani morti e feriti, e non ci fossero armi letali, per gentile concessione dell’Iran, nelle mani di assassini rei confessi.

Egli ha affermato che nei 18 anni trascorsi dagli accordi di Oslo, "abbiamo perseverato e risposto in modo positivo e responsabile a tutti gli sforzi volti al raggiungimento di un accordo di pace duraturo." Davvero? Bill Clinton scrisse nella sua autobiografia “La mia vita”: “Poco prima di lasciare il mio incarico, Arafat, in uno dei nostri ultimi colloqui, mi ha ringraziato per tutti i miei sforzi e mi ha detto che ero un grande uomo. 'Mr. Presidente', ho risposto, 'Io non sono un grande uomo. Io sono un fallimento, e lei mi ha fatto diventare tale'”. Qualche frase dopo, Clinton, un testimone oculare della storia del tempo, ha scritto: “Il rifiuto di Arafat alla mia proposta [di pace] dopo che [il primo ministro israeliano Ehud Barak l’aveva accettata, è stato un errore di proporzioni storiche”.

Nel 2008, il primo ministro israeliano Ehud Olmert ha messo sul tavolo un’offerta che è andato persino oltre Camp David. L'anno successivo, Abbas ha confermato che l’accordo proposto avrebbe dato ai palestinesi l’equivalente del 100% delle terre della Cisgiordania. Ma, come il Primo Ministro Netanyahu ha osservato nel suo intervento della scorsa settimana: "Il presidente Abbas non ha nemmeno risposto alla proposta”.

E, naturalmente, con l'eccezione di alcuni giorni nel settembre 2010 quando si presentò a Washington, Abbas è risultato “disperso in azione”, sparito dai colloqui di pace con Israele per 30 mesi, mentre gli Stati Uniti e Israele lo inseguivano. Era risultato introvabile anche nel 2005, quando il primo ministro israeliano Ariel Sharon aveva cercato un ritiro negoziato da Gaza, invece di dover agire unilateralmente.

Se Abbas avesse voluto spostare l'ago della comprensione reciproca, avrebbe ripensato la sua formulazione di "Terra Santa" - nelle sue parole, il sito della "ascensione del Profeta Maometto e il luogo di nascita di Gesù Cristo" - per includere anche un accenno al retaggio biblico ebreo.

Ma, ahimè, in linea con la narrativa palestinese, espressa drammaticamente nelle parole proferite da Arafat a Clinton, ha detto che non ci sono prove di un legame ebraico alla sua terra o a Gerusalemme. In definitiva, Abbas ha scelto la strada più facile: quella di andare all'Assemblea Generale, dove oggi è sicuro di una maggioranza automatica che esulta per ogni sua parola, vota per qualsiasi cosa chieda, e condanna Israele per qualsiasi presunto misfatto.

In netto contrasto, il primo ministro israeliano ha usato lo stesso podio poco dopo per chiedere l'immediata ripresa dei colloqui diretti, con l'obiettivo di un accordo a due stati. Egli ha dichiarato: “Dopo che tale accordo di pace sarà stato firmato, Israele non sarà l'ultimo paese ad accogliere lo Stato palestinese come nuovo membro delle Nazioni Unite. Saremo i primi”. Ah, se solo il leader palestinese avesse ricordato quelle parole toccanti di re Hussein, espresse nel 1997, dopo che un killer solitario giordano aveva ucciso sette studentesse israeliane: “Se c'è uno scopo nella vita, sarà quello di assicurarci che tutti i bambini non debbano più soffrire nel modo in cui la nostra generazione ha sofferto”.

In tal caso, Abbas si sarebbe seduto accanto ad un ben disposto Netanyahu a New York, e insieme, nonostante tutti gli ostacoli e le versioni contrastanti, avrebbero potuto riflettere su come adempiere ad una tale nobile visione. Ma Abbas ha scelto di non farlo. Invece, ha scelto di assecondare il pubblico delle Nazioni Unite e la sua gente a casa.

Il risultato, ahimè, è stato quello di un'altra occasione perduta per la pace.

David Harris, Direttore esecutivo dell'American Jewish Committee
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(Traduzione di Carmine Monaco)
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