Perchè dire "no" alla Palestina

L'Opinione di David Harris
23 Settembre 2011

I 27 membri dell'Unione Europea sono diventati il ??campo di battaglia strategico nella corrente mossa palestinese alle Nazioni Unite. Gran Bretagna, Francia, Germania e Portogallo fanno parte del Consiglio di Sicurezza dell'Onu. Sarebbero tra le 15 nazioni chiamate a decidere sulla richiesta palestinese di adesione all'Onu.

Inoltre, l'Assemblea Generale dovrà esprimersi anche su un'altra risoluzione rivolta ai palestinesi che, data la composizione dell'assemblea, sarà inevitabilmente adottata. Ma i voti dell'Unione Europea sono particolarmente ricercati da Ramallah, in quanto sono visti come portatori di un plusvalore morale non disponibile in quelli di Caracas, Damasco e Teheran.
Due ex alti funzionari europei, Martti Ahtisaari e Javier Solana, hanno da poco pubblicato, sull'International Herald Tribune, "Dieci ragioni per un Sì europeo". Riflettendo il loro punto di vista, essi vogliono che l'Ue nel suo insieme si schieri totalmente dalla parte palestinese.

Oltre all’improbabile prospettiva di una unità europea, date le diversità di vedute al suo interno, il loro ragionamento è profondamente sbagliato. In primo luogo, essi sostengono che votare Sì "è un tentativo di mantenere viva la soluzione a due Stati".

Davvero? Quattro primi ministri israeliani consecutivi - Barak, Sharon, Olmert e Netanyahu - sono stati favorevoli ad un accordo a due Stati. Un’iniziativa israeliana dopo l'altra sono state presentate, solo per essere respinte. Per rendere il processo di pace "significativo", contrariamente a quanto sostenuto dagli autori, l'Ue dovrebbe dire ai palestinesi di tornare al tavolo dei negoziati con Israele, non di cercare un falso conforto nelle stanze delle Nazioni Unite.

In secondo luogo, affermano che i forti investimenti finanziari dell'Ue "per aiutare a costruire uno stato palestinese funzionante" hanno bisogno di essere protetti. L'Ue ha infatti aiutato. Ma il punto chiave è che un Sì minaccia i progressi verso un accordo a due Stati, permettendo ai palestinesi dei passi unilaterali - in violazione degli attuali accordi israelo-palestinesi - a danno dei colloqui bilaterali.

Se questa non è una formula di instabilità sul terreno, cos’è? Terzo, vogliono che l'Unione Europea "risponda positivamente ai positivi traguardi conseguiti da Mahmoud Abbas". In realtà, gran parte del credito va meritatamente al Primo Ministro dell'Autorità Palestinese Salam Fayyad, che si oppone alla strategia palestinese alle Nazioni Unite.

Lui capisce esattamente che cos’è a rischio, inclusa la vitale cooperazione economica americana e israeliana. Allo stesso tempo, l'Unione Europea, meglio di chiunque altro, deve comprendere ciò che costituisce uno "Stato". La Palestina oggi è uno Stato? Difficilmente.

Per cominciare, è sconvolgente che gli autori abbiano omesso di guardare le divisioni tra Autorità Palestinese e Hamas, tra Cisgiordania e Gaza. Infatti, la parola "Hamas" non compare nel loro articolo, come se potesse essere ignorata. Quarto, secondo gli autori, l'Unione Europea, memore della "primavera araba", ha bisogno di evitare le "accuse di doppio standard" sostenendo i "diritti dei palestinesi.

" Questo significa che l'Ue dovrebbe anche sostenere, accada quel che accada, i diritti di tutti gli arabi (e degli iraniani) per ottenere il rispetto della libertà, dei diritti umani e della dignità umana che è stata loro negata per troppo tempo? Questo sì che sarebbe interessante! Troppo spesso, però, e non solo in Europa, naturalmente, gli interessi hanno prevalso sui valori, permettendo al doppio standard di prosperare.

Quinto, parlando di interessi, Ahtisaari e Solana li invocano come argomenti per votare Sì. L'Ue ha bisogno di mercati di esportazione, di approvvigionamento energetico e di una pausa dal terrorismo jihadista, essi notano. Così, gli autori ritengono sostanzialmente che l'Europa è vulnerabile a ciò che può essere descritto solo come ricatto arabo se non fa la cosa "giusta" sostenendo i palestinesi.

Un po’ più di spina dorsale non guasterebbe! In sesto luogo, sostengono che il Sì sarebbe un favore agli Stati Uniti, che non possono essere a favore solo "per evidenti ragioni interne". Questo è un colpo sotto la cintura. Il linguaggio in codice, ovviamente, significa: a causa della "lobby ebraica".

Questi due signori europei apparentemente non comprendono ciò che spinge l'America a decidere. Piuttosto, vogliono credere che il due per cento della popolazione americana, con tutte le sue diversità, "controlli" il processo decisionale governativo. Per secoli l'Europa è stata abbastanza esperta nell’evocare il mito del “potere ebraico", che si è rivelato piuttosto oneroso per il popolo ebraico.

Non è tempo di rendersi conto, in questo caso, che l'America stessa, come i sondaggi hanno rivelato per decenni, è un paese pro-Israele proprio perché si identifica strettamente con la storia di Israele? Gli argomenti settimo e ottavo sono accomunati, ma si riducono al fatto che le “obiezioni israeliane alla mossa palestinese.

.. fanno acqua da tutte le parti” e, comunque, noi sappiamo meglio ciò che è bene per gli israeliani. Se questa non è faccia tosta, che cosa è? Israele, l’altra metà dell’equazione “conflitto israelo-palestinese”, ha legittime preoccupazioni circa le intenzioni palestinesi, sugli obiettivi diplomatici, sull'eventuale ricorso alla Corte penale internazionale, sul rapporto tra Autorità Palestinese e Hamas, e su una regione in continuo mutamento.

Gli autori, tuttavia, allegramente ignorano o trascurano queste preoccupazioni, dalle loro tranquille abitazioni a Helsinki e Madrid. Nono, con fiducia prevedono che un Sì ridurrà la probabilità di violenze palestinesi. Ma ripeto, io credo che non lo farà. Sollevando le aspettative palestinesi attraverso l'Onu, anziché al tavolo delle trattative, gli autori sostengono uno scenario in cui, il giorno dopo il voto, i palestinesi potranno rendersi conto che nulla è cambiato, piantando i semi di ulteriori disordini.

E cosa dire inoltre delle prospettive di Hamas, per non parlare di altre forze estremiste, desiderose di soffiare sul fuoco della furia dopo la delusione? Infine, si ricorda che un Sì “in Assemblea Generale non comporta il riconoscimento bilaterale della Palestina”. Tecnicamente è vero, ma approvando il concetto di Palestina come "Stato" - in questo caso, uno Stato osservatore delle Nazioni Unite - il voto crea fatti significativi sul terreno.

E nel definire i confini dello Stato, cosa che dovrebbe fare, renderebbe solo ancora più difficile per i palestinesi scendere dalle vette alte delle Nazioni Unite per trattare con gli israeliani, cosa che devono fare, se mai volessero davvero giungere ad un vero accordo. L'UE, con il suo potere, il suo prestigio e la sua vicinanza geografica, svolge un ruolo chiave nel far avanzare il processo di pace.

Ma dire Sì alla mossa palestinese presso le Nazioni Unite sarebbe proprio il modo sbagliato di procedere.

David Harris, Direttore esecutivo dell'American Jewish Committee
www.ajc.org
(Traduzione di Carmine Monaco)

Copyright 2013/2014 AJC