I quattro fattori di sopravvivenza

L'Opinione di David Harris
30 Luglio 2011
Quasi ogni responsabile leader politico oggi esprime il desiderio di contribuire alla pace in Medio Oriente. Più facile a dirsi che a farsi. Un vero sforzo per promuovere la pace richiede la comprensione delle motivazioni delle parti in conflitto. Non posso dire che mi riesca facile capire quelle dei palestinesi.

Se veramente vogliono un accordo a due stati con Israele, di sicuro hanno uno strano modo di perseguire tale intento, respingendo ogni proposta elaborata sin dal 1947. Ma credo che chi cerca sinceramente la pace dovrebbe prendere in considerazione quattro fattori chiave che contribuiscono a formare la visione israeliana del mondo.

In primo luogo, la geografia. Il pensiero più diffuso in questi giorni è che la geografia non ha più importanza in un'epoca di missili a lungo raggio. Non ne sarei così sicuro. Come il defunto Sir Isaiah Berlin ebbe a riassumere efficacemente con il suo famoso motto, "gli ebrei hanno avuto troppa storia e troppo poca geografia.

" Israele è un paese piccolo, delle dimensioni del New Jersey o del Galles, e quasi due terzi dell’estensione del Belgio. Per fare degli esempi limitati al Medio Oriente, l'Egitto è circa cinquanta volte più grande di Israele, l'Arabia Saudita un centinaio di volte. E c'è di più.

Fino alla sua guerra per la sopravvivenza del 1967, i confini di Israele, che non erano altro che le linee di armistizio della guerra di indipendenza del 1948, misuravano appena nove miglia nel punto più stretto, situato grosso modo all’altezza della linea mediana del paese, che coincide con la zona più popolosa.

Quando il presidente George W. Bush ha potuto osservare per la prima volta da un elicottero il punto di minore larghezza, ha esclamato: "Ci sono alcuni passi carrabili nel Texas più lunghi di quanto Israele sia larga." Anche la topografia è importante. Quando le torreggianti alture del Golan erano nelle mani della Siria prima della Guerra dei sei giorni, per esempio, gli insediamenti ebraici e le fattorie che si trovavano alle loro pendici erano quotidianamente obiettivo dei bombardamenti siriani.

Chiedete a mia moglie. Lei svolgeva attività di volontariato presso un kibbutz situato proprio in quell’area. Da quando Israele è ritornato in possesso delle alture del Golan, gli abitanti di quegli stessi insediamenti e fattorie non sono più assillati dalla necessità di doversi precipitare quasi ogni giorno a nascondere i loro figli nei rifugi sotterranei.

In altre parole, il modo in cui affrontare le legittime preoccupazioni di Israele in materia di sicurezza nell’ambito di un accordo di pace, non è semplice da nessun punto di vista.

In secondo luogo, la storia. Nonostante le pretese contrarie del mondo Arabo, il popolo ebraico è presente in questa regione da oltre 3000 anni.

Il legame tra il popolo ebraico e la Terra d'Israele è centrale nella narrazione storica. Il popolo ebraico è nato in questa terra, dove i suoi testi sacri hanno trovato origine e dove i suoi templi sono stati costruiti e alla quale, anche se forzatamente esiliato, non ha mai smesso di desiderare di ritornare.

Quella del popolo ebraico, ad onor del vero, è una storia evidentemente diversa da qualsiasi altra riportata negli annali del genere umano.

Leggere la Bibbia ebraica è praticamente come attraversare Gerusalemme e Sion centinaia di volte. Il legame metafisico e fisico tra il popolo ebraico e le sue sorgenti di storia e di santità deve essere riconosciuto nello stesso modo, forse, in cui i musulmani vedono il legame tra l'Islam e la Mecca e Medina.

In terzo luogo, la psicologia. Alcuni osservatori liquidano la preoccupazione di Israele in materia di sicurezza come una ossessione. Come può essere, si chiedono queste persone, che il paese con il più forte esercito della regione si possa sentire così assediato, così nel mirino?

Il giornalista del New York Times Roger Cohen riassume questo punto di vista.

In merito alla preoccupazione di Israele riguardo all'Iran, ha scritto: "Chiudere [con un passato che contiene lo spettro insistente dell’annientamento] è il superamento dell’orrore. E’ il raggiungimento della normalità attraverso la responsabilità. E tali obiettivi non possono di certo essere raggiunti attraverso la moltiplicazione delle minacce, alimentando le paure, o attraverso la chiusura nel vittimismo che spinge a considerare ogni azione, per quanto violenta sia, come difensiva.

" La "esagerazione delle minacce"? "Alimentare la paura"? Sono sufficienti queste frasi per descrivere l’attuale situazione di Israele? Direi proprio di no.

Nonostante Cohen abbia cercato più di una volta di proporre l'Iran come un paese incompreso, gli israeliani stentatamente possono condividere il suo ottimismo riguardo alle intenzioni di Teheran.

Che cosa deve fare una nazione dinanzi alla minaccia della sua distruzione da parte di un'altra nazione che è decisa ad acquisire gli strumenti per raggiungere tale obiettivo? E quando la nazione minacciata è Israele, di certo, il campanello di allarme si accende - e con giusta ragione.

Dopo tutto, Israele ha una sua storia precipua. E così pure il popolo ebraico. E proprio questa storia ci insegna che ci sono dei reali nemici di Israele che hanno tutta l’intenzione di porre in essere le loro minacce. Tali nemici non possono essere trascurati o presi sotto gamba.

La storia insegna inoltre che, troppo spesso, Israele e il popolo ebraico hanno dovuto affrontare il pericolo prevalentemente da soli. Infatti, le promesse di aiuto sono di solito annunciate ma non effettivamente mantenute. Fare affidamento sulle buone intenzioni manifestate dagli altri stati si è dimostrato un progetto rischioso.

Le cronache sono piene di vuote promesse e di impegni non mantenuti.

Quindi, sì, Israele ha tutto il diritto, anzi il dovere, di prendere sul serio le ambizioni nucleari dell'Iran, così come ha tutto il diritto, anzi il dovere, di prendere sul serio i 40.000 missili che compongono l'arsenale di Hezbollah in Libano e il desiderio di Hamas a Gaza di emulare l’esempio di Hezbollah.

I proclami di Hamas e di Hezbollah, che aspirano all'annientamento di Israele, devono semplicemente essere ignorate, archiviate sotto la voce di eccesso di retorica?

Pertanto, Israele dovrebbe sentirsi tranquillizzato dal fatto che il suo presunto partner nel processo di pace, il presidente dell'Autorità Palestinese Mahmoud Abbas, ha dichiarato che non riconoscerà mai Israele come stato ebraico e ha stipulato un accordo di riconciliazione con Hamas?

E, dati i recenti avvenimenti in Egitto e in Siria, la vista dei vicini dovrebbe forse rassicurare Gerusalemme su di un futuro roseo e tranquillo? In sintesi, coloro che, più di una volta, sono stati minacciati di essere annientati devono semplicemente convincersi che tale minaccia non potrà più essere posta concretamente in essere e, perciò, dormire sonni tranquilli?

E quarto, la nostalgia.

Gli eredi dei sopravvissuti dagli esilii, dai pogrom, dall’inquisizione, dai libelli di accusa del sangue, dai ghetti e dai campi di sterminio non hanno bisogno di lezioni sul perché dovrebbero ricercare la "normalità" e posizionarsi dalla "parte giusta della storia". Dopo tutto, Israele non è stato fondato proprio per creare, finalmente, una nuova condizione per gli ebrei? La normalità - niente di più, niente di meno. E tuttavia, tale proposito non si è ancora del tutto realizzato, per lo meno non ancora. Le paure persistono non perché il passato non possa essere dimenticato, ma perché le minacce continuano ad esistere.

E le minacce non possono essere ignorate perché il codice genetico del popolo ebraico prevede un sistema di preallarme, che li avverte che il regime iraniano e i suoi sostenitori, avendone la possibilità, non si farebbero alcuno scrupolo a porre in essere quello che minacciano. Che le centrifughe nucleari e i razzi a propellente liquido e combustibile solido sarebbero destinati ai sette milioni di israeliani.

E che, avendone l'occasione, Hamas e Hezbollah porterebbero a compimento il loro progetto di un mondo senza Israele. Israele non ha bisogno di risoluzioni delle Nazioni Unite, editoriali o discorsi sull’imperativo della pace. Ha bisogno di partner credibili e impegnati nella ricerca della pace.

Quando ha tali partner, come la storia ha ampiamente dimostrato, Israele è disponibile a grandi concessioni territoriali, anche a rischio della propria sicurezza, per raggiungere una soluzione.

Naturalmente, alla fine del giorno, i partner di Israele non devono necessariamente credere alla sua storia più di quanto Israele debba credere alla loro.

Eppure a Israele viene chiesto di riconoscere i loro bisogni - esigenze di dignità, giustizia e rispetto. E questa è davvero una richiesta legittima per il processo di risoluzione dei conflitti. Così, a loro volta, essi dovrebbero almeno prendere in considerazione la visione israeliana delle cose, come fecero Anwar Sadat e re Hussein, entrambi operatori di pace, a loro eterno credito.

Poi, forse, nelle parole del profeta ebreo Isaia, "Nazione non alzerà più la spada contro nazione, né si eserciteranno più per la guerra". Niente potrebbe essere più centrale nella missione ebraica.

Direttore esecutivo dell'American Jewish Committee
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(traduzione di Carmine Monaco)
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