La scommessa democratica

L'Opinione di David Harris
14 Giugno 2011

Voglio essere ottimista circa lo sconvolgimento del mondo arabo e sui suoi esiti. In effetti, voglio essere disperatamente fiducioso.

Dopo tutto, se le cose dovessero davvero andare nella direzione giusta, un’intera regione potrebbe finalmente iniziare a godere delle benedizioni delle democrazie fiorenti e della tutela dei diritti umani. A sua volta, ciò potrebbe creare un clima favorevole alla risoluzione pacifica dei conflitti, le cui conseguenze potenziali sono la convivenza feconda e lo sviluppo regionale.

Come Immanuel Kant affermava nella sua opera "La pace perpetua", le società "rappresentative" o "repubblicane" tendono a non muoversi guerra a vicenda. Le controversie che sorgono, e inevitabilmente ciò accade, si affrontano ai tavoli dei negoziati e nelle aule dei tribunali, non nelle stanze di guerra e sui campi di battaglia.

Il migliore esempio moderno di questo fenomeno è l'Europa del dopoguerra. L'Unione europea, nonostante tutti i suoi problemi attuali, ha dimostrato di essere il progetto di pace più ambizioso e di successo della storia moderna. Consideriamo il passato dell'Europa. Sicuramente, nessun continente ha sperimentato più guerra, morte e distruzione nell'arco di secoli, culminate negli orrori della Seconda Guerra Mondiale.

Tale linea è finalmente stata invertita in Europa occidentale con l'avvio dell'integrazione, a partire da Francia, Germania, Italia, Belgio, Paesi Bassi e Lussemburgo.

Francia e Germania sono state le chiavi del processo. L'obiettivo era quello di creare un meccanismo per prevenire future guerre. Il biglietto per l'ammissione al progetto europeo in evoluzione, che è giunto a includere molti dei paesi post-comunisti dell'Europa centrale, consiste in un impegno per la democrazia, il rispetto della dignità umana e un’economia di mercato.

Guardando al mondo arabo negli ultimi sei mesi, stiamo assistendo all'inizio di un processo che potrebbe portare nella stessa direzione generale, o a qualcos'altro?

Francamente, nessuno può ancora dirlo. Ovviamente, noi sappiamo dove ci auguriamo possa portare, ma le politiche non possono basarsi solo sulla speranza.

Ricordiamo, per cominciare, che nessuno prevedeva la rivolta, iniziata in Tunisia e diffusasi rapidamente.

Gli Stati Uniti, che spendono decine di miliardi di dollari ogni anno sulla raccolta di informazioni, sono stati colti di sorpresa. La Francia, che vanta una speciale comprensione dei paesi francofoni, come la Tunisia, ne era all'oscuro. L’Italia, vicina alla Libia, non l’ha vista arrivare. E Israele, nonostante la sua sorveglianza tanto decantata, l’ha mancata del tutto.

Anche quando gli eventi hanno cominciato a svolgersi, sono stati fatti molti passi falsi. Un ministro degli esteri francese ha perso il lavoro a causa della Tunisia. Il segretario di Stato americano ha chiamato il presidente siriano un "riformatore" prima di fare in fretta retromarcia. La prima politica americana verso l'Egitto ondeggiava, inviando messaggi confusi quasi a tutti, cercando di capire cosa realmente significasse "essere dalla parte giusta della storia". Gli Stati Uniti e il suo alleato, l'Arabia Saudita, si sono pubblicamente scontrati su come affrontare i disordini in Bahrain. E l'atteggiamento occidentale verso la Libia non è ancora del tutto compatto.

Nel frattempo, i media cercavano di dare un senso a eventi che non avevano in alcun modo previsto, e avevano bisogno di sfornare analisi e spiegazioni agli utenti affamati di notizie a ciclo continuo.
Troppo spesso, i media hanno ceduto alla tentazione, incredibilmente semplicistica, di quella che io chiamerei “informazione binaria”. Quando il presidente egiziano Mubarak è stato infine ritenuto "cattivo", per definizione, coloro che si opponevano a lui erano presunti "buoni". Stessa storia in Libia: se il colonnello Gheddafi era "un peccatore", poi ovviamente chi cerca di scacciarlo, chiunque essi siano, devono essere per forza dei "santi".

Ma col tempo si scopre che non è poi così semplice. Il contrario di "despota", in situazioni del genere, potrebbe essere "democratico", ma non necessariamente. L'esempio più eloquente è l'Iran. Agli inizi del 1979, gli Stati Uniti e altri avevano concluso che lo scià, che il presidente Carter aveva in precedenza lodato come "un'isola di stabilità", doveva andarsene. L'ipotesi era che chiunque l’avesse sostituito, sarebbe stato sicuramente migliore. Salvo poi scoprire che non era così, ma il costo del giudizio sbagliato, per sottolineare ciò che è dolorosamente ovvio, si è rivelato molto alto. Per quanto problematico potesse essere lo scià, i suoi successori sono di gran lunga peggiori, sia per il popolo iraniano sia per la regione.

Questo aiuta a spiegare perché Israele ha assunto un profilo insolitamente basso, adottando un atteggiamento attendista, in virtù del suo profondo interesse al risultato degli sconvolgimenti a livello regionale.

L’Egitto è lo scenario più grande. C'è molto in bilico: un accordo di pace in vigore dal 1979; le importazioni di gas egiziano; la politica nei confronti dei vicini di Gaza governata da Hamas; il ruolo dei Fratelli Musulmani nella politica egiziana, e più ampie considerazioni strategiche.

La Siria è un altro scenario di primario interesse strategico, naturalmente.

Se il presidente Assad riuscirà a mantenere il potere con la sua forza micidiale, che cosa desumerà dagli ultimi mesi? Accoglierà la necessità di una riforma, come qualcuno potrebbe ancora sperare vanamente, o forse tenterà di creare dei diversivi, come abbiamo visto il 15 maggio scorso e ancora pochi giorni fa, coinvolgendo, per esempio, Israele, nel tentativo di reindirizzare la rabbia nazionale? E se perderà il potere, chi lo sostituirà? Ci sono dei democratici jeffersoniani in attesa dietro le quinte tra la maggioranza sunnita? Ne dubito.

E l'elenco potrebbe continuare. Soprattutto, la Giordania, con cui Israele condivide la sua frontiera più lunga, la cooperazione per la sicurezza e un patto di pace, sarà capace di restare stabile, o affronterà anch’essa diffuse proteste destabilizzanti? La democrazia non è un processo che si esaurisce in una notte. Richiede anni, in realtà decenni, di paziente e tenace coltivazione. Ha bisogno di penetrare ogni aspetto di una società - dalle scuole alla magistratura, dai media alla società civile, dalle urne ai militari. Sì, deve pur cominciare da qualche parte, ma pensare che possa essere trapiantata immediatamente in società che non hanno familiarità con i suoi principi fondamentali, o che possa realizzarsi mediante un processo lineare che salti allegramente di pietra miliare in pietra miliare, significa sottovalutare il percorso o il suo attuale punto di partenza.

I gruppi ebraici americani possono contribuire a nutrire questo processo, soprattutto, sollecitando un impegno americano continuo, non episodico, e l'analisi realistica dei comportamenti.

Ma, per quanto strano possa sembrare, l'unico paese nella regione più pronto a fare il salto potrebbe essere l'Iran. Oggi suona inverosimile, ma forse non è proprio così. L'Iran ha una forte comunità di uomini d'affari, una classe media vibrante, un’esplosione demografica di giovani irrequieti, un forte movimento femminista e una diaspora attiva. Quanto potrà ancora andare avanti il regime teocratico corrotto, venale e repressivo prima che cada? Prima o poi cadrà, così come cadde l'Unione Sovietica. E questo potrebbe davvero cambiare i giochi.

E allora guardiamo, aspettiamo e ci interroghiamo.

Sappiamo di essere testimoni della storia, ma di una storia che viene scritta in avanti, non all’indietro.

Stiamo disperatamente cercando un esito felice, ma non siamo ancora pronti a scommettere la fattoria di famiglia sulla sua riuscita.

Vogliamo essere coerenti nel nostro approccio, ma ci rendiamo conto che la coerenza potrebbe farci finire nei guai. Vogliamo, per esempio, difendere le vittime della repressione di stato, ma temiamo un maggiore coinvolgimento in Libia o, similmente, qualsiasi coinvolgimento diretto in Siria. Vogliamo essere dalla parte della democrazia, ma sappiamo che se, per esempio, oggi il Bahrain cedesse alla sua maggioranza sciita, l'Iran potrebbe uscirne vincitore. Così come auspichiamo una nuova era in Egitto, ma temiamo che ciò stravolga le politiche fondamentali di Mubarak su Israele e sugli Stati Uniti, e che l'islamismo prevalga.

Tutto questo ha bisogno di una diplomazia agile da parte degli Stati Uniti, dell'eterna vigilanza da parte di Israele e di una riflessione approfondita da parte degli ebrei americani. E anche se non è una strategia, se qualcuno volesse metterci un extra di speranza per buona misura, io, per esempio, non mi opporrei.

David Harris, direttore esecutivo dell’American Jewish Committee (AJC)
www.ajc.org
Traduzione di Carmine Monaco

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